Ammettiamolo: tutti gli sport diversi dal calcio sono
definitivamente sport invisibili da parte delle principali testate
giornalistiche.
Sono anni che ci lamentiamo dello strabismo giornalistico
verso i risultati sportivi diversi dal calcio, e credo sia arrivato il tempo di
cambiare qualcosa nella comunicazione. Nel giorno in cui l’Italia ha vinto
cinque medaglie all’olimpiade di Milano Cortina, la Gazzetta dello sport ha
fatto un trafiletto di taglio alto sotto la testata, per dare al calcio tutto
il resto della pagina, ovviamente una notizia del tutto marginale e
insignificante rispetto a quella olimpica.
Se poi aggiungiamo che i calciatori del maggiore campionato
italiano sono quasi tutti stranieri, non capisco perché ci si accanisca così
tanto nel raccontarne le vicende. Confesso che l’attaccamento alla maglia possa
essere trainante, ma aprire gli occhi sulla realtà sarebbe quantomai opportuno.
Cosa fare allora? Se fossi Rockfeller mi aprirei una testata giornalistica che
parli di tutti gli sport, tranne del calcio, o per lo meno ne parlerei per
canzonarlo e tirando in questo caso sì, qualche calcio negli stinchi con il
preciso scopo di dare una svegliatina a chi segue questo sport con approccio
religioso e integralista.
La coda dell’occhio mi è poi caduta su una specie di
dettaglio che poi dettaglio non è ovvero che la Norvegia sta vincendo il
medagliere delle olimpiadi per la quarta edizione invernale consecutiva, di
fronte ad altri giganti della neve come Svezia e Finlandia, ma soprattutto
davanti a nazioni demograficamente più potenti come quasi tutti gli stati che
ha messo dietro con grande diligenza. Infatti la Norvegia ha gli stessi
abitanti della regione Piemonte, su una superficie molto più estesa, lo
ammetto, e nonostante questo ha trovato una quadra efficace per produrre una
dinamica sportiva nazionale da far impallidire il mondo. Per fare questo hanno
infatti regolarizzato il gioco d’azzardo tramite una società che si chiama
Norsk tipping che incassa il 100% degli introiti derivati, e li reinveste in
modo totale a sostegno di tutte le spese sportive del paese. Si tratta non solo
di pagare l’attività di allenamento degli atleti, ma anche i costi di gestione
degli spazi e molto altro, cosa che consente di non aver paura di fare sport,
in Norvegia.

Ma non è tutto perché lo sport giovanile fino ai tredici
anni non è competitivo, non vi sono campioni durante le gare e tutti ricevono
una medaglia alla fine della loro competizione, questo per mantenere alto il
livello di partecipazione agonistica, che strutturata in tal modo ha del
paradossale, ma evidentemente porta frutto.
Magari non sono forti nella scherma, perché ancora non si
sono accorti di qualche maestro italiano che in patria è desideroso di migrare,
altrimenti ho come il timore, mi direte voi fondato, che riuscirebbero a fare
ben altri risultati di quelli che attualmente hanno. Mi sa che gli va dato
tempo.
Curioso come invece in Italia lo sport sia stato spostato
totalmente sulle spalle delle società sportive e come è naturale su quelle
delle famiglie degli atleti. Socialismo sportivo in salsa norvegese, contro
liberismo qualunquista in pummarola italica? Mi sa di sì e ci chiediamo chi
vincerà la sfida nel lungo termine. Per ora stanno vincendo i norvegesi.
Credo che si debba quindi ragionare in termini del tutto
diversi e trovare una via adeguata a molte delle sfide che ci troviamo davanti,
e siamo solo all’inizio. Pensiamoci assieme sia per la comunicazione che per
l’attività in campo, perché messo così non credo che il sistema in atto possa
funzionare bene, e men che meno possa portare i frutti sperati.