mercoledì 20 gennaio 2021

DISCIPULI IURANT IN VERBA MAGISTRI

Dr. Maurizio FUMO-ex Presidente V^ sezione
 della  Suprema Corte di Cassazione

Come molti si aspettavano (e come alcuni ardentemente desideravano), la giurisprudenza federale, dopo una lunga (e forse travagliata) gestazione, ha partorito una decisione “difensiva” che consente di non annullare (per ora) la tornata elettorale recentemente conclusasi.
Effettuato, in corsa, un rapido cambio di testimone tra relatore ed estensore (cosa che nei collegi giudicanti, in genere, accade quando il relatore, che è l’estensore naturale e “predestinato” della decisione, è stato messo in minoranza), il tribunale federale ha assunto una così detta decisione di urgenza. Ebbene si, così detta perché, in realtà, ci ha pensato non pochi giorni. Prima, per attendere la provvidenziale relazione del segretario generale Cannella; poi, per meditarla bene (tanto da riprodurne alla lettera i passi più illuminanti); infine, per emettere la sua decisione, corredata da una motivazione, con riferimento alla quale la mia opinione emergerà (mi auguro inequivocamente) sulla base delle considerazioni che mi accingo a formulare.
Mi hanno particolarmente colpito due punti, il primo e l’ultimo e su di essi mi soffermerò.
Cominciamo dalla fine. I reclamanti avevano fatto presente che in alcuni seggi i votanti non erano stati identificati o che, almeno, non esisteva traccia di tale identificazione. Traccia scritta intendo dire. Il tribunale, premesso che la federazione non ha mai dato tassative disposizioni sullo svolgimento delle operazioni di voto, “consentendo la adozione di autonome procedure per l’identificazione dei soggetti ammessi al voto”, afferma che tutto si è svolto in maniera  regolare e, in particolare, che è stata attestata la identità dei soggetti ammessi al voto. Come sia stata effettuata tale individuazione, però, la motivazione della decisione non lo chiarisce, pur essendo stata proprio questa la censura formulata dai reclamanti, i quali hanno osservato che non vi è traccia scritta (o altrimenti documentata) della identità delle persone il cui voto è stato ritenuto validamente espresso. Come dire: qualcuno è venuto a votare e noi altri, componenti del seggio, li abbiamo ammessi a votare, quindi è ovvio che sapevamo di chi si trattava. Insomma: fidatevi di noi, che sappiamo il fatto nostro e il tribunale, a quanto pare, si è fidato. Se fosse un ragionamento, non farebbe - come si dice - una piega, ma non lo è; è un atto d’imperio ed un paralogismo che giustifica una condotta perché quella condotta ha avuto luogo.
La seconda questione riguarda l’annosa controversia tra la federazione e l’Accademia Nazionale di Scherma. Gli interessati avevano fatto notare che erano stati ammessi al voto nella categoria dei cc. dd. “tecnici” non poche persone (oltre 20) che non avevano conseguito il diploma presso l’Accademia, ma presso la FIS. Ebbene tutti nel nostro mondo, ormai, sanno che esistono due sentenze del Giudice amministrativo (quello che pronuncia in nome del Popolo Italiano, non della federazione scherma), che hanno chiarito che i titoli di istruttore nazionale (secondo livello) e maestro (terzo livello) li può rilasciare solo l’Accademia. Tanto ciò è vero che il TAR ha annullato (e il Consiglio di Stato ha confermato l’annullamento) gli esami (e, ovviamente, i titoli) rilasciati dalla FIS ed ha condannato quest’ultima a risarcire i danni cagionati all’Accademia. Ma, si legge nella relazione Cannella (e quindi nella decisione del tribunale), che, non essendo stati impugnati gli esami (abusivi) successivamente svolti, i diplomati della FIS (quelli postumi) sono diplomati “veri”, con tanto di diritto di elettorato attivo. Insomma, secondo la Cannella-relazione (e la consonante  Marinello-motivazione), l’Accademia Nazionale di Scherma dovrebbe “inseguire” la federazione nei suoi percorsi contra legem, impugnando, di volta in volta, le singole sedute di esame. Tesi interessante, non c’è che dire! Interessante ed onerosa dal punto di vista economico, ma solo per l’Accademia, che paga di tasca propria (e dei propri soci, personalmente), molto meno (o niente affatto) per la federazione che attinge a “soldi pubblici”, generosamente messi a disposizione dal CONI,  per consentirle, a quanto pare, di eludere il giudicato.
Ma è davvero così? Non direi proprio, anche perché il Giudice amministrativo ha annullato, non solo gli esami, ma anche il regolamento generale SNaQ, in base al quale gli esami furono allora (e sono stati dopo) banditi ed espletati dalla FIS. Dunque è stata annullata, per così dire, “la matrice” di tutte le prove di esame che la FIS ha svolto e intende svolgere. Ma c’è di più: quel regolamento SNaQ non è mai stato approvato dal CONI, quindi tamquam non esset: è un pezzo di carta senza alcun valore, invalido nella sua genesi e, come se non bastasse, annullato dal TAR Lazio. Che si vuole di più?
Ammesso che si possa ipotizzare che il tribunale federale ignorasse tale seconda circostanza (ma pare difficile perché i reclamanti la avevano evidenziata), davvero non sembra possibile che ignorasse la prima, perché risulta dalle sentenze del Giudice amministrativo appena citate. Ma le sentenze del TAR e del Consiglio di Stato sono state lette, evidentemente, con un occhio solo perché il tribunale federale le utilizza …. per metà e ne trae, poi, conclusioni, a dir poco, sconcertanti. E infatti il TAR aveva chiarito che la legittimazione (e l’esclusiva) dell’Accademia al rilascio di titoli validi per l’insegnamento riposano su quattro pilastri: a) il RD del 1880 e i successivi “richiami”, b) la normativa europea recepita dall’ordinamento italiano, c) la consuetudine ultracentenaria, d) lo stesso statuto della FIS (cfr., sentenza TAR punti 2.2, 2.3. 2.4, Consiglio di Stato, punti 3.4 e 3.8 del “considerato in diritto”). Ed è allora evidente che i quattro “pilastri” non hanno tutti la stessa solidità e consistenza, in quanto basterebbero i primi due per reggere l’edificio. Ma il tribunale federale, con una lettura, appunto, strabica, vede solo i secondi due e su di essi realizza la sua costruzione, che, per rimanere nella metafora, non si può che definire abusiva. Per altro, da tale federalmente orientata ricostruzione delle “fonti”, il tribunale trae una conclusione davvero strabiliante, anche perché in contrasto frontale con quanto lo stesso collegio (intendo nella medesima composizione!) aveva deciso in data 18 luglio 2019 (decisione n. 3), che a pag. 5 reca : “… il tribunale considera che le censure formulate nei confronti di una parte degli articoli sono fondate, in quanto le modifiche apportate dall’assemblea si pongono in contrasto con disposizioni di legge, ovvero  non recepiscono  correttamente i Principi. E ciò con riferimento ai seguenti sette articoli ecc.….”. Ebbene i primi articoli citati, come si legge nella seguente pag. 6,  sono: art 1 comma 10 e art. 52, vale a dire quelli in cui la FIS, varando la c.d. scuola magistrale, aveva pensato di ignorare la competenza dell’Accademia. E appunto, per non esser da meno, il tribunale schermistico, ignorando se stesso, il TAR e il Consiglio di Stato, va ben oltre. E “qui viene il graziosissimo” (come avrebbe esclamato un fine dicitore da cafè chantant): argomentano infatti i giudicanti che, poiché la FIS, con il nuovo statuto, si è autoattribuita la facoltà di bandire gli esami e conferire i titoli (secondo e terzo livello), allora l’esclusiva dell’Accademia non esiste più. Insomma lo statuto di un soggetto privato può “scavalcare” la sentenza della massima istanza giurisdizionale amministrativa (il Consiglio di Stato). E quindi: per porre nel nulla il decisum (non più impugnabile, come nel nostro caso) di un giudice, basta che il soggetto soccombente in giudizio sia dia, dopo la sentenza sfavorevole, qualche nuova regola e … il gioco è fatto! Stiamo dunque attenti a quel che scriverà la prossima volta la federazione nei suoi corpora normativi, analizziamo con attenzione le interpretazione che ne fornirà il suo acuto segretario generale, esaminiamo diligentemente la conseguente esegesi che ne farà il corrispettivo tribunale, perché potremmo scoprire che la FIS, motu proprio, si è investita di chissà quali altre prerogative.  
Ora io non saprei dire se è più grave “l’omissione cognitiva” del tribunale federale, che legge solo per metà le sentenze del Giudice amministrativo, o è più fantasiosa la conclusione che lo stesso trae dalla lettura della metà che utilizzza. Cosa certa è che la decisione del predetto organo giudicante è gravemente deficitaria sul piano fattuale, ancor prima che su quello giuridico. La recentissima giurisprudenza della Suprema Corte di cassazione (in nome del Popolo Italiano ecc.) è approdata, dopo lunga elaborazione, alla definizione della categoria del “falso in sentenza” (cfr. sez. 5, sent. n 97 del 21.11.2019, dep. 3.1.2020 e n. 31271 del 21.9.2020, dep. 9.11.2020). Naturalmente, poiché nel nostro ordinamento i delitti contro la fede pubblica sono esclusivamente dolosi, la fattispecie resta integrata solo se il giudicante ha voluto rendere una decisione non conforme alla logica e al diritto. A ben vedere, il falso altro non è che un errore volontario (e ovviamente l’errore è un falso involontario e inconsapevole). Ebbene, non vi è ragione alcuna per ritenere che il tribunale federale abbia intenzionalmente motivato e deciso in modo errato, anche perché un anno fa - come si è detto - lo stesso collegio aveva deciso in senso diametralmente opposto e non è ipotizzabile che i tre giudicanti abbiano voluto intenzionalmente e consapevolmente contraddirsi. Molto più credibile che siano stati sedotti dallo scritto del segretario generale della federazione, che infatti, come si è anticipato, è rispecchiato in non poche parti della decisione che si commenta. Discipuli  iurant in verba magistri si sarebbe detto una volta.
Ma con ciò basta. Lasciamo riposare in pace una motivazione che davvero lo merita e pensiamo alle conseguenze.
Sul versante elettorale, immagino, gli interessati impugneranno in ogni sede in cui ciò sia possibile; i risultati delle elezioni, dunque, non sono affatto al sicuro.
Sul versante, per così dire, personale, i diplomati FIS dovranno prestare la massima attenzione alle loro future condotte, perché, con buona pace dei segretari generali, dei giudici federali e dei loro entusiastici follower, comportarsi come maestri (o istruttori nazionali) di scherma, senza aver conseguito un vero e regolare diploma, vale a dire quello inequivocamente indicato per tale dal TAR Lazio e dal Consiglio di Stato, integra il delitto di cui all’art. 348 cod. pen. (esercizio abusivo di una professione).
Il tempo della comprensione, della tolleranza, dell’appeasement ormai è spirato.   
Maurizio FUMO

martedì 19 gennaio 2021

SOGNO O REALTA'? La federazione che vorrei.


M°Alberto Coltorti

Vorrei una FEDERAZIONE SPORTIVA sempre più MERITOCRATICA.
Il concetto va ribadito nonostante sia banale, scontato, proprio perché oramai obsoleto. La realtà, infatti, ci riserva sorprese eclatanti a tutti i livelli. Dalla scelta dei ruoli apicali del settore tecnico, apparentemente condizionati dall’appartenenza ai gruppi militari o ai corpi dello stato, alle convocazioni nei settori giovanili, laddove il merito dovrebbe essere il criterio imprescindibile anche per le implicazioni educative e dove, invece, la discrezionalità è assoluta, alla formazione dove, indipendentemente dalle capacità, si perpetrano favoritismi probabilmente dettati dall’adesione ad un’associazione di tecnici.
Le posizioni di vertice nei vari settori - Ruoli Tecnici, Maestri, Atleti, Formazione, Commissioni Federali, Ruoli Politici nazionali e periferici e così via - dovrebbero essere prerogativa delle persone più preparate, più valide, più colte, con curriculum specifici importanti, equilibrate e, soprattutto nei ruoli governativi, votate a servire l’interesse comune più che il tornaconto personale, dotate quindi di un alto profilo morale.

Mi piacerebbe che le scelte abbandonassero sempre più la discrezionalità che pure, in alcune specifiche situazioni e quando accompagnata dal buon senso, aiuta a compensare le insidie degli imprevisti e del caso. Il problema è che sempre più spesso il potere decisionale soddisfa la voracità di chi lo gestisce, più che aiutare la crescita dell’ambiente, per cui, oggi, è necessario preferire il rigido dogmatismo del VALORE ASSOLUTO, almeno fintanto che il buon senso e l’etica non ristabiliscano la verità e il significato delle cose. 

Vorrei vedere REGOLE PRECISE, PRESTABILITE che sovraintendano le decisioni e che vengano rispettate, senza eccezioni, quindi INDEROGABILI.

Vorrei vedere COMPETIZIONI LEALI partendo alla pari, SULLA BASE di RISULTATI CONCRETI, di CURRICULA, di QUALITA’ OGGETTIVABILI, e non dell’appartenenza a una fazione, a un gruppo, a una famiglia. Quindi l’ABBANDONO DRASTICO DEI NEPOTISMI, siano essi REALI e/o FIGURATI.

Vorrei l’ABOLIZIONE, concreta e sincera, DEI CONFLITTI D’INTERESSE, perché la maggior parte dei nostri rappresentanti dimostra poca sensibilità a questo problema e poca attenzione nella gestione, vorrei vedere un CODICE ETICO APPLICATO E NON INTERPRETABILE.

Alberto COLTORTI

domenica 17 gennaio 2021

RIFORMA DELLO SPORT: i Gruppi sportivi in divisa

Da “Il Fatto Quotidiano” online riporto un passaggio dell’articolo “Riforma dello sport: parità di genere, questa utopia. Quante inutili passerelle” di Luisa RIZZITELLI, redatto in data 13.01.2021 e che potrete trovare in forma integrale al seguente indirizzo:
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/ 2021/01/13/iforma-dello-sport-parita-di-genere-questa-utopia-quante-inutili-passerelle/6064334/
“Un altro punto dolente, esposto da Assist in audizione, riguarda l’abuso che in Italia facciamo dei gruppi sportivi militari. Non c’è un solo Azzurro a Azzurra medagliata agli ultimi Giochi Olimpici invernali che non appartenga ai corpi militari. Una schiera ormai enorme di atleti e atlete degli sport individuali trova assunzioni, tutele, tredicesima e quattordicesima, tutela della maternità e pensione in un unico posto: lo sport in divisa. Un’anomalia tutta italiana che costa circa 36 milioni di euro di soldi pubblici e che ora, per parità doverosa, includerà anche gli atleti e le atlete paralimpici. In pratica lo Stato italiano ha scelto di istituzionalizzare un’eccezione: ha scelto la militarizzazione dello sport individuale italiano e forse, a breve, anche quello dello sport di squadra. Carabinieri, finanzieri, donne e uomini dell’Esercito, della Polizia Penitenziaria, della Polizia di Stato, tutti e tutte accolti nell’unico vero sistema di tutele che lo Sport italiano è capace di offrire ai suoi talenti. Per noi di Assist una “distorsione di comodo”, un escamotage che depaupera le associazioni sportive dilettantistiche e costringe a una gara fratricida i pochi fortunati a caccia di un contratto, una stabilità, un futuro tutelato."
Ho voluto estrapolare il tratto dell’articolo che maggiormente ci interessa, avendo trattato l’argomento in diverse occasioni a mia firma e a firma di altri autorevoli personaggi del mondo scherma dalle colonne della “Piazza”.
Devo necessariamente fare una premessa, ho servito lo Stato per 16 anni nell’ambito dello sport militare, quindi lungi da me ogni qualsivoglia idea demagogica sulla utilità, efficienza, organizzazione e socialità del settore. In tal senso sono fermamente convito che lo sport militare sia un bene irrinunciabile per poter competere a livello mondiale, quindi per me è difficile commentare. Però una riforma si rende necessaria e non tanto nella esistenza e finalità dei gruppi in divisa quanto nei rapporti con il CONI e conseguentemente con le federazioni. Rivedrei il quadro normativo per l’arruolamento degli atleti, la loro gestione, il loro impiego futuro, i rapporti con le società di provenienza e l’impiego delle risorse umane (tecniche) presso le federazioni.

Il Governo, per il tramite del Ministro Spadafora, sta provando ad apportare significative modiche alle attuali normative, soprattutto a correggere/integrare le riforme approvate con l’ex Ministro Giorgetti. Sembra però di trovarci di fronte ad un percorso ad ostacoli ed i nuovi correttivi appaiono come una perfetta “cattiva pratica”. Francamente la riforma Giorgetti per me è andata oltre i limiti di indipendenza dello sport dalla politica e volendone parlare ci vorrebbero giorni di discussioni. Quella del Ministro Spadafora, in un quadro generale, mi appare più equilibrata, ma rimangono i problemi di fondo e cioè gli arruolamenti, la gestione degli atleti, il loro futuro, i rapporti con i club e l’utilizzo dei tecnici in ambito federale.

Il tema è molto sentito ed una soluzione si rende necessaria trovarla. Troppo tempo si è perso e l’orizzonte è ancora molto lontano, soprattutto in contesti come quello attuale in cui viviamo un continuo stato d’ansia e di paura per gli effetti che la pandemia covid19 ha provocato, sta provocando e che provocherà in termini economici e di salute. Pertanto, al momento non mi aspetto una soluzione in tempi brevi, ben altri problemi dovranno essere risolti. Però da inguaribile ottimista sono certo che arriveremo alla meta.

Ezio RINALDI

domenica 10 gennaio 2021

DIRITTO DI VOTO

M° Gianni SPERLINGA
È da qualche tempo che, soprattutto in occasione di eventi elettorali sia politici sia “sportivi”, maturo delle riflessioni che mi convincono sempre più del totale fallimento del nostro sistema democratico.
Fermo restando che in uno Stato di diritto bisogna garantire a tutti i cittadini uguali possibilità, a me sembra che questo paritario accesso alla realizzazione di sé, agli strumenti della formazione e della crescita culturale e sociale, non debbano confondersi con un indiscriminato “diritto” di voto.
Siamo ben lontani dal tempo in cui, giustamente, si lottava per allargare la platea degli aventi diritto, al di là del censo e del sesso e si espandeva tale diritto a tutti i cittadini che, secondo la Costituzione, hanno comunque il dovere di concorrere secondo le proprie possibilità, al progresso materiale e spirituale della società.
Bisogna avere il coraggio di riconoscere che l’attuale sistema pseudo democratico, che prevede il generalizzato diritto di voto indistintamente per tutti (il cosiddetto suffragio universale) rappresenta oggi nei fatti un danno e un’afflizione per il nostro paese.
Capisco che il discorso è complesso e non può essere trattato con superficialità! Mi limito a fare una breve e semplice riflessione: non è più sopportabile che il voto dei numerosissimi “Genny ‘a carogna” possa avere lo stesso valore e peso dei normali cittadini, dotati di una normale capacità di comprensione e di scelta e che offrono un contributo seppur minimo alla qualità della vita di tutta la società.
Il diritto di voto deve essere collegato al possesso di valori/requisiti minimi di carattere culturale e sociale, pena l’abbassamento del livello generale della società.
Anche perché la realtà ci dimostra, che con una frequenza sempre maggiore i cosiddetti rappresentanti “democraticamente eletti”, rappresentano di fatto il peggio della società, in generale, e dei vari settori specifici in particolare.
La causa più evidente di ciò è che ad avvilire e calpestare un diritto tanto a lungo anelato e infine conquistato, non senza lotte e sacrifici sono una stragrande maggioranza di persone che, per ignoranza e/o opportunismo, non avendo alcun merito, né alcuna competenza, sconoscendo qualsivoglia valore di carattere etico e sociale, sono disponibilissimi a “vendere” quel voto di cui non capiscono il valore e l’importanza.
Gianni SPERLINGA
 
 

sabato 9 gennaio 2021

94 e non sentirli

Il mondo della scherma spesso diventa un tritacarne, macina tutto con estrema disinvoltura dimenticando chi per molti anni, se non decenni gli ha dedicato il proprio tempo con un impegno costante e disinteressato.

Oggi ricorre il compleanno di uno di questi personaggi che con i suoi 94 anni ci ricorda il tempo che fu.

Ho avuto ed ho il piacere di essergli amico e voglio rendergli omaggio con gli auguri più affettuosi per un FELICE COMPLEANNO

PIETRO

Pietro FARDELLA
Ezio RINALDI

domenica 3 gennaio 2021

OPPORTUNITA' ED OPPORTUNISMO


M° Alberto COLTORTI

L’anno “terribilis” 2020 si è chiuso, per la nostra scherma, con gli auguri natalizi del Vicepresidente Paolo Azzi, rivolto sia a coloro che lo hanno sostenuto nella tornata elettorale del 13 dicembre sia a chi non lo ha fatto. A parte la puntualizzazione sulle “numerose richieste di accesso agli atti avanzate da parte di qualcuno che ha ritenuto necessario verificare in modo indiscriminato la legittimità delle operazioni di voto…”, ciò che mi ha sorpreso è l’auspicio e l’appello rivolto agli avversari politici, in particolare a Michele Maffei, per ritrovare uno spirito di confronto sereno e privo di infondati sospetti.
Mi sarei astenuto da questo esercizio di scrittura se il 2021 non si fosse aperto con un appello, da parte di un soggetto sotto contratto anche con la FIS, che personalmente ritengo sconveniente e che ricalca i concetti esposti da Paolo Azzi.
Naturalmente gli spunti critici a detto invito potrebbero essere numerosi ma ciò che mi preme sottolineare è l’inopportunità, da parte di chi ha la facoltà di decidere il destino altrui, di esprimersi politicamente per il rischio di condizionare indebitamente gli elettori.
L’autore dell’appello condivide ed auspica la continuità di questa Federazione, che, a suo dire, ha sempre avuto come punti cardine della sua politica l'onestà, la trasparenza e la meritocrazia. Sempre a suo dire, l'improbabile opposizione a questo governo federale fonda la propria politica sulla lite e sui ricorsi, e non sul dialogo e sugli argomenti, rallentando la spinta progressista e distraendo risorse umane ed economiche in danno all'intero movimento...
Egli si augura un 2021 di asce di guerra sotterrate, anzi, gettate dove non potranno mai più essere recuperate, e che sia un anno di dialogo e di unione, nel nome della trasparenza, democrazia e dialogo civile, lasciando a casa i cacciatori di poltrone poco interessati alla salute del nostro ambiente e molto interessati invece al ruolo di potere, probabilmente proprio per poter fare i propri interessi personali, diversamente da quanto accade adesso.
Che dire? Il suo proclama elettorale, il suo esporsi pubblicamente in politica non è un buon inizio 2021.
Costui ha un ruolo, nell'ambito della FIS, per il quale il rispetto e la riservatezza, considerata la sua posizione, dovrebbero essere alla base della sua condotta ma l'arroganza, di cui è ampiamente dotato, evidentemente gli suggerisce espressioni e comportamenti che vanno ben al di là degli aspetti etici e morali.
Comunque, percependo un lauto compenso dalla federazione uscente, è scontato che debba alimentare la sua continuità in virtù del tornaconto personale che ne consegue.
L’aspetto che maggiormente inficia la sua credibilità è il ruolo che ricopre che, per essere svolto al meglio, necessita di imparzialità ed equidistanza. Chi ci dice, infatti, che atleti, società e maestri non possano sentirsi influenzati, accettando supinamente i suoi consigli, al solo scopo di evitare di essere esclusi dall'attività che egli gestisce? Tanto più che, soprattutto in alcuni settori, egli ha la più ampia discrezionalità essendo i criteri oggettivi d’azione minimi o inesistenti.
Purtroppo lo stesso malvezzo è invalso anche tra i dirigenti, soprattutto quelli locali, che, pur essendo, per definizione, i rappresentanti di tutti, parteggiano per una particolare fazione, quella di Azzi, senza avere il buon gusto di farlo dopo essersi dimessi.
Essendo stati educati a questo modo di fare, naturalmente, oggi nessuno più si scandalizza di questa condotta che certo non può definirsi corretta, esemplare. Essa traduce il prevalere dell'interesse personale su quello collettivo che certe cariche presuppongono.
Sono proprio gli atteggiamenti e le contraddizioni che ho descritto che smontano, quanto meno, gli appellativi di trasparenza e meritocrazia che egli attribuisce al gruppo uscente. In merito potrei documentare approfonditamente chi me lo chiedesse.
I ricorsi sono, purtroppo, necessari per il mancato rispetto delle regole. A puro titolo esemplificativo, non posso esimermi dal citare un episodio accaduto in Campania, dove sembrerebbe che tre "tecnici" abbiano votato pur senza averne diritto e le loro preferenze potrebbero determinare, soprattutto a livello nazionale, il successo di un grande elettore anziché un altro. Sfido chiunque a sostenere che questo, ove accertato, sia un comportamento definibile trasparente, meritevole di continuità, o non sia piuttosto una di quelle azioni che richieda opportune verifiche da parte degli organi preposti (che spero non restino silenti).
La mia speranza è che le società e i grandi elettori sappiano valutare il rischio che deriva, per il nostro ambiente, da comportamenti quale quello che l’autore dell’appello ha appena manifestato.
L’attuale sostenitore di Azzi, a fondamento della sua genuina fede nel buongoverno attuale e dello scarso interessamento alla poltrona, dichiara, riferendosi ai suoi trascorsi nella gestione Di Blasi, di essersene dissociato facendo un passo indietro. Ricordo, a questo brav’uomo, che fu esonerato, in pratica fu cacciato e l’allora presidente FIS può darne testimonianza. Egli aveva tre strenui sostenitori i quali a fronte di una mancanza di risultati e ad una difformità di pensiero con la squadra, uno dopo l’altro lo abbandonarono: l’ultimo fu proprio l’attuale Presidente. Quindi come non essere riconoscente al Presidente Scarso ed alla sua amministrazione?
Infine, mi preme sottolineare che non esiste alcun astio pregiudiziale verso chi è al potere. Chi lo gestisce dovrebbe farlo in funzione di un ruolo che gli è stato assegnato e che richiede buon senso, equilibrio e terzietà, tutte doti che l’appellatore sono certo abbia, ma che dimostra stranamente di aver dimenticato.
La mancanza di democrazia a cui oggi assistiamo consiste nel fatto che il potere perpetra se stesso. Così chi comanda sceglie i futuri comandanti e li "consiglia" al popolo. Il popolo o, la comunità, ha sempre meno libertà di decidere. Emblematico e molto significativo è il "santino" elettorale elaborato dal candidato alla presidenza della Campania, che lascia in attesa di future indicazioni di voto per la conquista di tutti i posti disponibili. E, il "cartello", ha funzionato grazie alla incapacità dei votanti di esprimere la loro genuina preferenza.
È questo che non mi piace dell'attuale dirigenza, in aggiunta alla discutibile mancanza di totale coerenza nel non mantenere le promesse (leggi le dichiarazioni di Scarso nel programma elettorale del quadriennio 2013-2016), o ai condizionanti "aiutami ad aiutarti".
È lecito (e scontato) che si abbiano preferenze elettorali ma chi ha un incarico, legato alla selezione degli individui, dovrebbe serbarle nel proprio animo e non farne proclami per la possibilità che possano condizionare gli ascoltatori o coloro che dipendono dalle sue decisioni. Avrei avuto opinioni diverse sull'attuale gruppo dirigente se avesse posto l’accento sulla inopportunità di questo appello e di altre sconvenienti esternazioni; ciò nell’intento di sotterrare tutte le asce di guerra e di riconoscere credibilità al candidato Paolo Azzi.
Alberto Coltorti