sabato 18 settembre 2021

I TRE CT INCARICATI DALLA FEDERSCHERMA: un nuovo percorso, almeno si spera!

DA sx: CERIONI-TARANTINO-CHIADO'
Eccoli qua i nuovi CT della scherma. La Gazzetta dello sport ne aveva dato notizia il giorno prima, evidentemente aveva buoni agganci per conoscere quello che il Consiglio federale avrebbe ratificato con una alzata di mano il giorno dopo, semmai l’alzata di mano ci sia stata.
Qualche buontempone diceva nei corridoi dell’etere telefonico: “vedrai che da lontano sventoleranno i contratti per tre nuovi CT e sempre da lontano (leggi wazzap o googlemeet) avverrà una rapida comunicazione ai consiglieri in cui a schermo congiunto il presidente Azzi e il presidente (onorario) Scarso, diranno: i CT saranno Cerioni, Tarantino e Chiadò”. E come dicono i giovani di oggi: “e il consiglio federale muto!”.
Nulla di più falso e buontemponi certamente. Eppure il post olimpico italiano è stato costellato di gialli dell’estate, succulenti per giornalisti alla ricerca di gossip, nomi e inciuci. Ne hanno parlato più o meno tutti, mancavano solo i rotocalchi da parrucchiere, ma forse anche quelli da qualche parte hanno ritagliato la notizia per riempire i vuoti creati da covid.
Inutile dire che la parte del leone l’ha fatta il fioretto. Dalle polemiche su Cipressa e la convocazione della figlia Erika, alle performance nulle o quasi di qualche vecchio o vecchia schermitore schermitrice che praticamente non si sono visti in gara, come del flop di qualche favorito e favorita. Le mancate medaglie e le gare a squadre che nell’intervista di Garozzo pare ci volesse un miracolo per far vincere gli italiani, e in ultima la lettera fuggita che chiedeva a gran voce un nuovo CT… credetemi, se volevamo essere su tutti i giornali ammetto che lo abbiamo fatto nella maniera giusta. Addirittura il presidente del CONI Malagò, non ha mancato di far sentire la sua voce contro la scherma italiana, sebbene sia stata portatrice di ben 5 medaglie, ma per lui inaccettabili in quanto nessuna era d’oro. Le sue frasi fulminanti sono state memorabili, per certi versi anche ingiuste, avendo detto che “il movimento schermistico è da rifondare”. (Per inciso, il movimento sportivo italiano, quello che lui porta avanti da tanti anni, è da costruire interamente, non da rifondare, se pensiamo ai risultati dei professionisti del basket e del volley, che sono gli sport più praticati in Italia, e non mi pare abbiano ben figurato, però Malagò sparlava della pentamedagliata scherma).
Cerioni quindi è il nuovo CT del fioretto e siamo certi che si vedranno le novità. Uomo di peso, non solo fisico, grande carisma e competenza. Si saranno svenati a viale Tiziano per sottrarlo alla Francia, e qualcuno ha supposto che gli articoli su L’Equipe e non solo, fossero del tutto mirati a far lievitare la parcella dello jesino, che nove anni fa migrò in Russia e da allora è pagato a peso d’oro per il suo lavoro. I soliti maligni. Falso anche questo, ovviamente, ma le insinuazioni penetrano fino a dire che dovendo dare il massimo a Cerioni, abbiano scelto Chiadò e Tarantino perché i soldi erano finiti. Sono maldicenze, vergognose, di certo. Tuttavia i fiorettisti sono stati accontentati e di fatto la Federazione ha scelto il migliore che c’era.
Nella spada pare però che Chiadò sia il maestro del Club di spada più grande d’Italia, il che vuol dire che ci potranno essere conflitti di interesse, essendo lui il designatore degli atleti che andranno nella nazionale maggiore e anche in quelle minori? Staremo a vedere, e sia ben detto che fino a oggi non mi pare che il ranking sia stato molto rispettato seppure legittimamente, e le scelte degli atleti sono state sempre molto chiacchierate. Servirà un grande lavoro con parecchi maestri e molti atleti bravi da selezionare e far crescere.
E la sciabola? Un’arma del tutto asfittica, con numeri talmente bassi, che fossi in Tarantino, mi preoccuperei per gli eventuali ricambi, specie fra le donne. Certo il Gigi nazionale ha il giusto carattere (e per taluni un “caratterino”) per tenere testa ai celebri trend arbitrali, che secondo voci provenienti da molte direzioni (maestri, dirigenti, atleti), fanno sempre discutere e lasciano sempre scontenti tutti.
Faccio a questo punto una considerazione sui numeri e provo a dare una conclusione sensata.
Questi tre anni saranno durissimi. Nei due anni passati siamo abbiamo tutti lottato con bassissimi numeri nelle palestre e in molti casi un pessimo lavoro agonistico nazionale a tutti livelli (senza colpa di nessuno sia ben chiaro!). Credo che la Federazione abbia incassato pochi soldi dalle iscrizioni e ancor più ne sono usciti per aiutare, come potevano, le società. Lo Stato ci avrà messo del suo per aiutarla, ma io credo che il gioco sia sostanzialmente a somma zero.
La spada è l’arma più praticata in Italia, ma quella che sta dando meno risultati. Da più direzioni il nome di Chiadò sta dividendo. Alcuni non sanno chi sia, altri dicono che farà benissimo. Lasciamolo lavorare e speriamo che aiuti tutto il movimento a crescere cosa che con Cuomo pare non sia accaduto, non nei numeri, ma nella qualità. Vanno valorizzati maestri, scuole, clubs e creati dei modelli cui fare riferimento per salire tutti quanti.
La sciabola è un’arma praticata da pochissime persone, i clubs che la praticano sono talmente pochi che se si riunissero, non riuscirebbero a fare nemmeno una partita di calcio (riserve escluse). Va pertanto creato un modello nazionale di crescita nei numeri, perciò va promossa l’arma in tutti i club, specie quelli numerosi, alcuni dei quali sono monoarma, e poi vanno resi gli allenamenti più proficui e le gare meno drammatiche. Cosa può fare il CT? Io credo che abbia un grande potere, quello di dare uno stile, il suo, e forse era giunta l’ora di cambiare non che Sirovich sia stato un CT poco amato, anzi, dati alla mano ha molto ben fatto in questi anni, però come in tutte le cose, bisogna a un certo punto voltare pagina.
Buon lavoro a tutti e viva la scherma italiana!
Fabrizio Orsini

giovedì 16 settembre 2021

LA SPADA: il percorso di un’arte divenuta disciplina sportiva - Le considerazioni di Gil PEZZA

Gil PEZZA
Caro Riccardo, 
ho letto con molto interesse  la tua analisi sulla situazione della spada in Italia ed apprezzo, come al solito, la schiettezza con cui ti esprimi. Queste le mie osservazioni:

1.   1. Concordo sulle categorie.  La FIS dovrebbe reintegrarle per i motivi da te esposti. Aggiungerei che danno all’atleta  dei  traguardi importanti a medio e lungo termine con un riscontro oggettivo sulla pedana da cui poi emergono le punte di diamante. La promozione di categoria costituisce  per l’atleta una grossa soddisfazione ed un riscontro per chi si allena seriamente; ed è anche un motivo di riconoscimento e celebrazione in sala.  Già la seconda categoria non era facile da acquisire ai tempi… . Da notare che molti club qua negli USA usano anche categorie interne al club (beginner, Intermediate and Advanced/Elite) che danno dei traguardi agli atleti anche nell’ambito del proprio club. Come hai osservato tu, le categorie erano in effectti 5;  pero ne esisteva anche  che una sesta, onorifica: la  N per gli atleti che hanno partecipato ai mondiali assoluti o alle Olimpiadi e quella te la tenevi per sempre.  Tanta era la passione della scherma che  alcuni ex-nazionali che tiravano ben oltre la mezza età, spesso venivano finivano retrocessi a  NC-N.  Qui negli USA ne abbiamo sei:  Unclassified, E, D, C, B ed A.

         2. Concordo anche sulla necessità di instaurare un sistema d selezione di squadra basato su punteggio gare. Il  problema in Italia è principalmente di struttura organizzativa. Come in tutti gli  ambienti di lavoro una struttura organizzativa solida e transparente permette a tutti di lavorare meglio. Questo è forse il cambiamento più importante da attuare. Per inciso, le regola di chi vinceva gli assoluti era in squadra automaticamente non credo fosse di Fini ma mi sembra fosse una regola in vige (forse per tradizione) a cui Fini  stesso doveva sottostare.  Per chi ha interesse, il sistema di punteggio USA e la disposizione attività agonistica USA si trova su questo link:

https://cdn2.sportngin.com/attachments/document/676d-2312600/20_21_Modified_Athlete_Handbook_6_30_21.pdf#_ga=2.13304574.85811828.1631061963-614911694.1631061962

3.     Il problema della preparazione dei Maestri è, a mio parere, più complesso.  Usando il metro della cintura nera nelle arti marziali, grandissimi maestri  come Giuseppe Mangiarotti, Emil Beck ed Ezio Triccoli (insieme ad altri) non sarebbero potuti emergere. Quindi, io tendo ad essere più inclusivo. Pur essendo completamente d’accordo, che insegnare e saper tirare sono due cose completamente diverse, credo sia assurdo mettere dei nazionali o prima categoria  ultimi in coda. Con questo non dico di regalargli il diploma ma dovrebbero  essere messi in corsia di sorpasso. Sono stato per diversi anni capo della commssione per la certificazione dei Maestri negli USA. Qui si è creato un sistema che permette ai non-diplomati, che  hanno creato allievi con risultati internazionali, di ottenere il diploma di maestro in maniera accelerata. Resta inteso, che nei programmi per tecnici bisognerebbe insegnare molto di più  a pensare come un Maestro ed a come adattare  l’insegnamento alle nuove realtà di gestione della sala.

4.    Un club di successo deve sempre essere in crescita per ciò che riguarda il numero degli allievi. Ti faccio un esempio, un tecnico giovane che sto seguendo e che è ancora istruttore e non ancora maestro (qui negli USA non occorre essere Maestro per aprire una sala) ha aperto una sala da pochi mesi ed ha già 80 ragazzini e probabilmente arriverà a piu di 100  tra due o tre mesi.  Qui negli USA i club che riescono a crescere ed a primeggiare sono quelli in cui la scherma viene insegnata in maniera più efficiente ed a un numero di allievi sempre in crescita. Ogni club può avere la sua metodologia però questa metodologia deve fare parte -ed agire in tandem- con il business model del club. infatti, qui ora si vedono club di successo qui che aprono  centri satelliti (franchise). Resta inteso che i tecnici che sono proprietari dei club hanno anche competenze in business e marketing.

È chiaro che un modello di insegnamento artigianale diventa anacronistico se  impedisce la crescita di un club. In primis, un club di scherma deve essere impresa commerciale di successo.  L’abilità oggi nel tecnico/i che vuole avere un club di successo, sta nel come transferire il suo “knowledge” in maniera piu efficiente ad un numero sempre piu alto di “customers.” Quindi, il modello di insegnamento con cui siamo  cresciuti noi, (come hai giustamente osservato tu) non funziona più. Per esempio, il gioco di gambe ha una importanza  tattica molto piu elevata di un tempo quindi bisogna insegnare della abilità che devono essere enumarate e sviluppate in maniera sistematica, (sia in gruppo che individualmente; (tipo in Inglese: ability to move seamlessly, ability to accelerate,  ability to change direction , ability to feel the tempo, ability to harmonize the tempo, ability to break the tempo)  che poi vengono perfezionate tatticamente. Per esempio, l’allievo impara a come accellerare al di fuori della lezione, mentre poi nella lezione impara “quando” accellerare.  Invece quando la metodologia  non è organizzata, vedi lezioni dove il tecnico cerca di insegnare il “quando” ad un allievo che non imparato ancora il “come.”  Quindi, tempo sprecato al di fuori  lezione e tempo sprecato nella lezione stessa.

Tutto ciò, porta ad un altra osservazione importante (ho iniziato a scrivere un’articolo in merito): Nelle sale moderne con grandi numeri di allievi bisogna adottare un sistema di Quality Control  che verifica l’efficienza e la qualità dell’insegnamento basata sul modello  adottato, in modo di correggere problemi di qualità oppure fare raccomandazioni per modificare il modello stesso.

5.  Concordo sulle tue osservazioni sul contrattacco.  Un conto è il principio strategico che contrattaccare sia più facile nella spada per la mancanza della convenzione. Un conto, invece, è trarne conclusioni tattiche sillogistiche. Aggiungerei che la gestione del rischio nella spada (risk-management)  dovrebbe  essere integrata  sistematicamente nell suo insegnamento.

6.   Per quanto riguarda la produzione di superman e gli atleti di laboratorio, questo non è un fatto nuovo. Ti ricordi di Borzov?  Ogni paese ha il suo sistema e la preselezione non è possibile (ne lo sarà mai) nella gran parte dei paesi. Si è vero ci sono dei superman che vincono medaglie. Però,  secondo me, i veri superman e superwoman sono gli atleti che vincono medaglie e che riescono a laurearsi come, per esempio, Daniele Garozzo e Lee Kiefer in medicina  o Alex Massialas  in ingegneria meccanica a Stanford e Martina Batini in Ingegneria gestionale all’università di Pisa. Su questo, gli USA sono più avvantaggiati dell’Italia data l’opportunità di gareggiare studiando grazie agli NCAA, di cui ho usufruito anch’io nel lontano 1977.  Detto ciò,  concordo perfettamente con te sulla importanza della preparazione atletica che oggi deve essere specializzata e fatta su misura per chiunque abbia ambizioni di successo internazionale.   Queste competenze,  in genere,  non appartengono ai tecnici (ovviamente ci sono eccezioni come Omeri, Di Ciolo Zomparelli ed altri)  e quindi devono essere fornite da specialisti esterni che non sono facili da trovare. Inoltre, questo tipo di preparazione se non è seguita da professionisti competenti può risultare in infortuni. Certo, ora c’è la cultura della palestra (a differenza degli anni 70) però la mia impressione è che  molti di questi trainer che vedo all’opera nelle palestre qui negli USA siano alquanto pericolosi perché hanno una preparazione molto superficiale.  Comunque qui hai centrato in pieno il problema. Questo è senz’altro un vuoto importantissimo che bisogna riempire anche qui negli USA. E non basta riempirlo quando uno è in nazionale; queste competenze devono essere decentralizzate per creare le basi atletiche necessarie negli atleti più giovani per poi potere essere effettuate con successo al momento giusto.  Da notare che l’Italia ha una grandissima competenza in Medicina Sportiva applicata alla scherma che però viene per  lo più attivata dopo l’infortunio. Quindi aggiungerei l’ integrazione di questa competenza nella preparazione degli atleti come  prevenzione dell’ infortunio. 

Per ciò che riguarda la performance alle ultime Olimpiadi bisogna anche tenere in considerazione le difficoltà che atleti e tecnici di tutti i paesi hanno dovuto affrontare per potersi allenare con un programma molto ridotto di gare il tutto nell’incertezza sullo svolgimento delle Olimpiadi; senza contare poi che di medaglie ne hanno portate e che queste medaglie, a mio parere, hanno un valore aggiunto dato le difficoltà (create dal Covid) con cui sono state conquistate.

Non entro in merito sulla sostanza delle dichiarazioni fatte dal Presidente del Coni con cui gli informati possano essere giustamente d’accordo o no.  Da disinformato, faccio  notare però che, in genere, i politici possono avere motivazioni politiche e quindi le loro dichiarazioni, cadono spesso nelle categorie del servo encomio o del codardo oltraggio.

Un caro saluto 
Gil Pezza

 

domenica 12 settembre 2021

Daniele GAROZZO E LA COMUNICAZIONE DELLA FEDERSCHERMA

Nell’intervista apparsa su “sport.virgilio.it” rilasciata il 6 settembre u.s., Daniele GAROZZO, tra le tante cose dette, pone in evidenza una inefficiente capacità comunicativa della FIS. Infatti afferma:Io sono troppo autocritico, un pessimo comunicatore di me stesso, ma spiace per come l’argento è stato raccontato. La prova a squadre è stata una tragedia, ma annunciata, perché in quasi cinque anni di Coppa del Mondo, tra Rio e Tokyo, nel fioretto a squadre abbiamo vinto solo tre gare, ma nell’individuale sul podio sono salito. La Federscherma sulla comunicazione è molto indietro: a Tokyo abbiamo vinto cinque medaglie e ne siamo usciti da stra-perdenti. E non si rendono conto che si sta facendo poco a livello giovanile”.

Ricercando la parola comunicazione sul dizionario troveremo una semplice definizione che spiega come, dal significato latino di “mettere in comune”, il termine abbia assunto pian piano il valore di “far partecipi gli altri di qualcosa”. Su questo esistono pochi dubbi; sappiamo tutti benissimo cosa fare per comunicare con qualcuno. Ma cosa significa, esattamente, comunicare? E’ semplicissimo: informare seguendo una linea logica di marketing o di immagine, quindi la comunicazione ha una finalità: sociale, professionale, sportiva o di marketing e per far ciò le grandi aziende, ma oggi anche le piccole, si affidano a dei professionisti, cioè persone specializzate nel saper porre in evidenza un messaggio o un prodotto. Nella fattispecie, che tipo di comunicazione deve fare una federazione? Anche qui la risposta è semplice e cioè deve saper vendere il proprio prodotto, il quale non può che essere riferito al proprio sport. 

Daniele GAROZZO

Nel tempo ci si è sempre crucciati per una poco efficace capacità comunicativa della federazione italiana scherma, ma non tutto dipende da essa anche se, in primis, evidenzia la partecipazione ai vari tornei e successivamente i risultati che ne conseguono. Più in generale informa gli affiliati sui provvedimenti amministrativi, organizzativi e disciplinari, rare volte si sofferma sulla storia personale dell’atleta di spicco, dei dirigenti e dei tecnici.

Gli atleti più in vista, di propria iniziativa, si affidano a procuratori ed addetti stampa personali oppure alle proprie capacità di eloquio per far parlare di sé. Ecco, a mio avviso, questo è il punto, poichè coloro che per carattere sono introversi difficilmente trovano visibilità sui media e qui sarebbe necessario il fondamentale aiuto della federazione con il suo addetto stampa. E’ di questo che si è lamentato GAROZZO, ammettendo, peraltro, che egli non è un gran comunicatore. Ci sono atleti (i più bravi sotto questo aspetto sono MONTANO e DI FRANCISCA) che hanno saputo raccontarsi, mettendosi anche a nudo (DI FRANCISCA), facendo una grande operazione comunicativa e di marketing.

Con questo discorso dove voglio andare a parare? Semplice, pur percependo il disagio di Daniele e le forti carenze comunicative della FIS, per le quali ci sarebbe da fare una disamina profonda, è il contesto al quale vogliamo rapportarci ed in tal senso il primo attore è la persona interessata che deve muovere le leve: talvolta un pizzico di polemica costruttiva non guasterebbe: ci pensino i vari protagonisti (federazione e atleta). A Daniele GAROZZO va la mia incondizionata stima e questo mio scritto vuole essere un semplice contributo ed un sostegno alle sue esposizioni.

Ezio RINALDI

giovedì 9 settembre 2021

PRIME E SECONDE LINEE NELLA SCHERMA

arch. Fabrizio ORSINI
È apparso un articolo intervista sul Corriere della sera (6 settembre 2021, pag.53), a Daniele Garozzo in cui cerca di riassumere pensieri e opinioni sulla sua olimpiade. Non ne farò un riassunto, in quanto il lettore potrà leggerlo nel web, ma voglio evidenziare quanto già il giornalista ha avuto modo di mettere in un virgolettato accanto alla foto: “Per vincere il fioretto a squadre sarebbe servito un miracolo. Eppure nessun campanello d’allarme”. Già, Nessun campanello d’allarme, credo sia l’estrema sintesi della percezione che evidentemente si ha nella scherma d’alto livello in Italia, ovvero una percezione in cui “va tutto bene”, e non c’è nulla che sia da modificare. Eppure già nel 2019, in tempi non sospetti e per giunta ai mondiali, il grande castello Federale cominciava a scricchiolare, ma pareva solo un assestamento tellurico passeggero. Nulla di tutto ciò, evidentemente. La faccenda, a olimpiade finita, è ben altra, compresa la celebre bozza di lettera di sfiducia al CT Cipressa che è fugata dal computer di non si sa chi e che ha fatto tremare ancora una volta la scherma italiana.
I mesi di epidemia mondiale hanno indubbiamente messo la scherma italiana in una posizione di vero privilegio giuridico e sportivo, al punto che non rientrando (giustamente!) nella classificazione degli sport di contatto veri e propri, ha permesso a tutta la scherma italiana di allenarsi liberamente in tutta Italia. La cosa ha fatto storcere il naso di qualcuno, ma poco importa, gli azzurri in questo modo non si sono mai fermati, ma, è apparso evidente che gli è mancato il circuito gare italiano e soprattutto quello internazionale. In poche parole la Coppa del mondo è saltata totalmente, ridimensionando gli allenamenti dei nostri campioni che si sono dovuti accontentare degli sparring messi a disposizione dalle sale scherma italiane. Tutto ciò si traduce in un insieme di momenti agonistici (cioè simulazione di gare o cose del genere) calibrati dalla macchina federale, ma completamente spogliati del pathos di gara vero e proprio e soprattutto mancante della controparte di livello agonistico che solitamente si trovano ad affrontare durante le competizioni internazionali. Il risultato forse non è stato all’altezza. I nostri sono arrivati con un livello di preparazione agonistica, (non fisica, sia ben chiaro), molto depotenziato rispetto al periodo pre epidemia. Accanto a questo sorge il dubbio se le seconde leve della scherma italiana siano preparate quasi come le prime, o addirittura siano all’altezza di “sostituire agonisticamente” i campioni e le campionesse straniere. Inoltre, quell’appartenenza ai gruppi militari, che rende i nostri atleti di prima linea dei veri e propri professionisti dello sport, è bastato? E inoltre, le seconde leve della scherma italiana, tolti alcuni di questi che sono militari, sono dei “semplici e normali” schermitori, senza la S di scherma disegnata sul petto, o sono all’altezza dei campioni francesi, coreani, russi? O forse sono molto al di sotto della preparazione degli avversari stranieri degli italiani, e quindi anche degli italiani stessi, per ovvi motivi di sopravvivenza economica? È naturale infatti che in Italia, chi non ha le spalle ben coperte economicamente lo sport lo può fare solo se è stipendiato da qualcuno. Va da se che le seconde leve possono fare scherma a un livello dei campioni o poco meno, solo se c’è dietro “qualcuno” che li aiuti. D’altra parte anche gli stranieri hanno rinunciato alle gare internazionali, ma ci domandiamo se gli stranieri abbiano approfittato della situazione per fare un allenamento intensivo, non fuori, ma in casa propria, per trarne il miglior profitto possibile anche rispetto agli azzurri?
Daniele GAROZZO


Insomma in mancanza delle gare internazionali sulle quali gli italiani fanno affidamento per completare l’allenamento principale, potrebbe non essere stato controbilanciato da un adeguato livello di atleti che in sostanza sono guardati con meno attenzione da parte del mondo federale e in particolar modo dai CT? Lo chiedo solo perché a volte, se non addirittura di frequente, agli allenamenti federali sono (legittimamente) presenti svariati atleti che sono posizionati in ranghi inferiori a quelli che invece ci si aspetta che dovrebbero essere chiamati e che contrariamente sono obbligati a starsene inspiegabilmente a casa. Se fosse così molte cose andrebbero cambiate, regole e dinamiche, in un’ottica tesa a rendere più omogenea la distanza fra i numeri uno e tutti gli altri.
Spero che il nuovo presidente federale vorrà prendere il coraggio a due mani e dirigere la Federazione verso una direzione innovativa, sperando di sentire stavolta i campanelli di allarme che suonano.
Fabrizio ORSINI

domenica 5 settembre 2021

LA SPADA: il percorso di un’arte divenuta disciplina sportiva-Parte seconda (dal riscatto ai giorni nostri)

avv.Riccardo BONSIGNORE ZANGHI
La fase di modernizzazione della spada illustrata nella parte prima del mio scritto, cronologicamente collocabile nella seconda metà degli anni ’70, è quindi caratterizzata da minori complicazioni, da azioni offensive e difensive condotte prevalentemente sulla linea esterna terza/seconda, da notevole mobilità, dinamicità e tenuta atletica, da fuetti imparabili e conseguente necessità di arretramento a protezione del bersaglio avanzato costituito dal braccio durante la fase di traccheggio e, secondo me, anche da una migliorata capacità di percezione visiva dei movimenti dell’avversario.
Impensabile stare con il braccio in linea in perenne opposizione come ai tempi di Mangiarotti: uno spadista che negli anni ’80 avesse tenuto un atteggiamento del genere a livello di CdM sarebbe stato crivellato di stoccate portate di fuetto sul polso e sull’avambraccio.
La formazione di spadisti fisicamente preparatissimi grazie anche all’evoluzione degli studi moderni sulla resistenza organica e sulla forza veloce ha poi esasperato dette caratteristiche e avvicinato la distanza tra i tiratori come li conosciamo oggi nel circuito di Coppa.
Negli anni ‘60 e ‘70 la nostra spada, pur avendo individualità assai valide, come ad esempio John Pezza, conobbe un momento di grave crisi da cui faticò a venire fuori.
Il riscatto iniziò con Stefano Bellone, nella seconda metà degli anni ’70, e proseguì con un altro milanese, Angelo Mazzoni, e con un napoletano, Sandro Cuomo, protagonisti di primo piano tra gli anni ’80 e ’90.
Questi ultimi per almeno un ventennio costituirono il pilastro portante della nostra Nazionale e, diversissimi tra loro per scuola e carattere (Angelo destrimane con spada francese, Sandro mancino con spada anatomica), ebbero in comune una caratteristica: ossia essere prima atleti completi e poi schermitori.
Angelo curava la preparazione atletica in modo scrupoloso, fu uno dei primi schermitori ad allenarsi in palestra anche con i pesi, Sandro uno sportivo totale, ottimo calciatore, velista, un atleta di prim’ordine, entrambi anche eccellenti fiorettisti.
Da qui è ripartita l’arma senza convenzione, precisamente con il bronzo del riscatto ai Giochi di Los Angeles ’84, marcia oserei dire trionfale che è poi culminata con i due indimenticabili ori a squadre di Atlanta e ’96 e Sydney 2000, proseguendo ancora con l’oro individuale di Paolo Milanoli ai mondiali di Nimes del 2001, fino ad arrivare al 2008 con l’oro olimpico individuale di Tagliariol e il bronzo a squadre a Pechino.
Da questo momento è però iniziata una fase calante caratterizzata da non poche battute d’arresto, con posizioni in classifica delle nostre squadre e dei nostri rappresentanti a volte imbarazzanti  ottenuti in kermesse mondiali e olimpiche.
Innegabilmente ci sono stati degli acuti (i due ori individuali di Pizzo e Fiamingo e l’oro individuale della Navarria in rassegne mondiali e, a livello olimpico, due argenti a Rio con la Fiamingo e la squadra maschile e un bronzo a Tokyo con la squadra femminile), tuttavia non c’è stata continuità e soprattutto ciò che ha molto preoccupato e che preoccupa è stato il collettivo (sia maschile che femminile) che in 13 anni ha raccolto un bottino troppo magro senza più riuscire a vincere un titolo olimpico individuale o a squadre dopo il dominio dell’ultimo decennio del XX sec.
Il malessere della spada è anche coinciso, a Tokyo, con il traumatico insuccesso delle squadre di fioretto maschile e femminile, i due dream teams da sempre nostro fiore all’occhiello rimasti a zero medaglie, che ha fatto tuonare, poche settimane fa, il presidente del CONI Malagò, il quale sulle pagine delle principali testate sportive ha dichiarato che “la Scherma italiana è un ambiente da ricostruire”.
Affermazione che mi trova molto d’accordo.
Ma restiamo alla spada per non ingenerare confusione.
Cosa è successo?
Secondo il mio punto di vista hanno giocato molti fattori.
Il primo è dovuto al fatto evidente che la spada è entrata nella sua nuova fase, l’età dei superman, da intendere come atleti selezionatissimi e preparatissimi (si dice che i russi e gli orientali per riscaldarsi facciano un’ora di tabata) progettati in sale-laboratorio per eseguire azioni irresistibili e addirittura impressionanti in fase offensiva tirando a ritmi elevatissimi, mentre noi siamo rimasti indietro dando ancora troppo spazio alla vecchia convinzione che chi attacca nella spada è svantaggiato (solenne castroneria, in quanto è svantaggiato solo chi attacca male o non sa farlo).
La crisi attuale della spada, quindi, ha in parte una spiegazione tecnica e deriva da un nostro modo di tirare vecchio, arzigogolato, debole e spesso anche troppo attendista che si impara nelle sale da scherma italiane, in larga parte locali insufficienti, con poche pedane e lunghe attese e, soprattutto, senza gli attrezzi necessari per assicurare agli allievi quella adeguata prodromica preparazione fisica che, quando viene svolta, spesso è gestita da personale stagionale di dubbia capacità professionale.
Ed è evidente che l’efficienza fisica condiziona il modo di tirare, nessuno schermidore può negarlo, quindi si innesca un circolo vizioso.
Ci hanno superato, va ammesso: mentre noi non abbiamo fatto significativi passi avanti rispetto all’epoca in cui ci mettevamo le braghette della divisa, ci scaldavamo con due affondi e salivamo subito in pedana a tirare, gli altri Paesi, soprattutto quelli orientali, hanno fatto registrare progressi notevolissimi.
Questo non riguarda solo la spada, chi ha visto gli sciabolatori coreani in azione a Tokyo, che sembravano alieni atterrati da un’altra galassia, sa di cosa sto parlando.
Ovviamente non è così in tutte le sale, c’è anche chi fa eccezione, ma non è la regola.
Ormai si è visto, i grandi spadisti internazionali sono selezionati a monte, hanno doti fisiche e preparazione tali da consentire loro di non sfigurare neppure in gare di atletica leggera, praticano una scherma super dinamica e senza troppe sofisticherie, si allenano in centri attrezzatissimi sotto le cure di staff di prim’ordine: di questo ad es. si è avuta prova anche nel fioretto, il nostro Dani Garozzo in finale a Tokyo è stato perfino lui sovrastato dal suo avversario sul piano fisico, così come è successo a tutti gli spadisti e spadiste ad eccezione del solo Santarelli che ha tenuto bene fino alla semifinale con una scherma propositiva ed efficace in fase offensiva, ma anche lui nel momento decisivo ha manifestato limiti di tenuta.
Scioccante, poi, l’immediata eliminazione della squadra maschile al primo incontro, e nonostante le recriminazioni di qualcuno, non è stato certo per colpa dell’arbitro.
Sia chiaro, non intendo gettare la croce sui nostri azzurri che hanno dato il massimo, ma certo chi li ha supportati in modo così lacunoso dovrebbe porsi più di qualche domanda.
Questa nuova crisi del settore è stata a mio avviso generata anche da almeno 16 anni di politica federale autoritaria, autoreferenziale, miope, isolata nel palazzo e ultimamente anche divisiva, foriera della polverizzazione delle sale da scherma e di  uno scadimento profondo della nuova classe magistrale, lacerata ai suoi vertici e con un problema grande come una casa sulla legittimità della formazione che è arrivato perfino nelle aule giudiziarie, fino al Consiglio di Stato in un braccio di ferro pernicioso tra la Federazione e l’Accademia Nazionale che ancora continua. Mai si era visto uno scontro frontale tra l’apparato federale e l’Ente preposto per legge a rilasciare i diplomi ai docenti, un qualcosa di inconcepibile con ricadute negative a lungo termine.
E mentre la Federazione è sembrata intenta a concentrare i suoi sforzi per erodere le prerogative dell’Accademia Nazionale, i problemi sostanziali sulle capacità e sulla formazione adeguata di chi deve formare gli allievi sono rimasti insoluti.
Tra i tanti temi caldi, per esempio, non è dato comprendere perché nel Karate e in tutte le arti marziali orientali per diventare istruttore o maestro è obbligatorio prima prendere la cintura nera, ossia conseguire un grado molto elevato che necessita di anni di studio e di pratica, mentre in ambito schermistico è consentito a chiunque iscriversi ai corsi di formazione, imparare a pappagallo qualche sinossi riempiendosi le meningi di nomenclatura arcaica, prendersi in pochi mesi il pezzo di carta abilitativo di istruttore di primo grado (abilitazione che qualche anno fa spettava di diritto ai prima categoria, quindi a schermitori di massimo livello, con norma poi insensatamente abrogata) e quindi entrare in una sala (non di rado con paga inadeguata e posizione lavorativa non regolare) a mettere in guardia giovani allievi, o forse dovrei dire piccole cavie (absit iniuria verbis).
In questo abnorme scenario, cosa ci si potrebbe aspettare di buono?
Che cosa ha fatto la FIS per aiutare le società a venire fuori da questa situazione?
Non pervenuto.
E così, mentre si dibatteva su questioni di potere e i regolamenti venivano utilizzati per accentrare sempre di più i poteri a Roma, centinaia di talenti sono finiti in sale inadeguate e, dopo qualche risultatino incoraggiante nelle categorie giovanili, sballottati tra un istruttore e un altro hanno finito per abbandonare.
Vi è stata una carneficina di potenziali campioni, ma non solo, perché a questo decadimento globale è connesso il problema non meno grave della decimazione delle seconde linee.
Si tratta di una questione di importanza strategica centrale, come dirò meglio da qui a un attimo.
Se la scherma per legioni di istruttori professionalmente non sempre all’altezza del compito è diventata un secondo lavoro o una soluzione temporanea per sbarcare il lunario, con la frammentazione delle sale (a volte anche 4 o 5 per piccole città) giocoforza è aumentata la necessità di reclutare chiunque, di alzare i numeri tenendo le quote sociali ai minimi possibili e quindi con una rivalità concorrenziale sempre più accesa tra le sale e giochi per l’accaparramento degli atleti migliori non sempre “puliti”.
Ma tutto questo non si concilia con la qualità, perché un maestro di scherma professionalmente adeguato può fare 6, 8, massimo 10 buone lezioni al giorno: tenendo questi ritmi con un paio di lezioni a settimana per iscrito, secondo me minimo sindacale, si possono gestire seriamente non più di 30 allievi, numero insufficiente per coprire anche solo i costi.
Detti limiti operativi dovrebbero essere ottimizzati mediante una selezione d’ingresso che però non è possibile fare perché i numeri sono fin troppo modesti.
Emil Beck quando arrivavano ragazzini e ragazzine nella sua sala lanciava cinque palline e solo chi riusciva a prenderne almeno due era ammesso, gli altri (ed erano la maggioranza) potevano dedicarsi ad altro: il tedesco aveva capito che l’affollamento delle sale era deleterio e che per fare arrivare soldi bisognava darsi da fare anche con gli sponsor e con i risultati, quindi qualità e quote adeguate.
In Italia, invece, siamo riusciti ad andare nella direzione completamente opposta, non era facile!
Chi ha un minimo di doti naturali anche per questi motivi sceglie altri sport e con quei pochi che restano non si può neppure pensare a una selezione.
Vista dalla parte degli spadisti agonisti (quale io ancora sono, quindi parlo a ragion veduta) la situazione appare anche peggiore.
Fino al 2004 (mi correggerete se sbaglio) ogni spadista si misurava con avversari del suo livello.
Questo era assicurato da 4 categorie a cui si aggiungeva una quinta, i non classificati (n.c.): un n.c. in gara non tirava di certo con una prima categoria, eventualità che gli avrebbe fatto passare la voglia di salire in pedana esattamente come avviene quando una cintura bianca sale sul tatami per affrontare una nera: sono indimenticabili mazzate.
Ma ciò che era immediatamente comprensibile a chiunque non lo è stato per la politica federale di quegli anni (Scarso si insediava proprio a gennaio del 2005) che le categorie le abolì senza appello introducendo il “ranking” e gare nazionali abnormi il cui accesso era regolato - senza minimamente tenere conto delle disomogeneità territoriali - da selezioni regionali in cui, per esempio, il n. 33 della Lombardia (quindi uno di buon livello) restava escluso e il n. 5 della Calabria (decisamente meno forte) invece si qualificava!
In tal modo gli ex prima e seconda e gli ex quarta categoria e n.c. sono stati costretti a tirare assieme in garoni denominati “open” più simili a gironi infernali che a eventi sportivi, in cui 300/400 e fino a 600 qualificati (con l’avvento della Coppa Italia) completamente eterogenei davano luogo a confronti improbabili ove un rappresentante della Nazionale maggiore poteva trovarsi a tirare con un quindicenne allo sbaraglio.
Ed è così successo che gli spadisti c.d. seconde linee, scoraggiati da questo demenziale regolamento di gara, hanno iniziato ad abbandonare perché non aveva e non ha senso, finite le giovanili, rischiare di andare fuori in una gara di qualifica regionale disputata in Lombardia o in Emilia Romagna, o nel Lazio, ovvero, se ottenuta la qualifica, fare i 128 o, quando va bene, i 64 in un open nazionale senza concrete prospettive future di ottenere  risultati  gratificanti.
L’abbandono in massa di tantissimi spadisti validi in grado di potere allenare i migliori elementi è stato uno stillicidio tangibile, un problema sul problema, e le sale più piccole ne hanno maggiormente risentito, tanto che gli spadisti top sono stati costretti a emigrare e a riunirsi in poche sale, soprattutto a Milano e a Roma, per avere adeguati sparring partners, indispensabili per potere crescere e migliorare.
In tal modo le piccole sale, già orfane delle seconde linee, sono state private anche dei loro campioni e sono state costrette ad abbassare ulteriormente il livello per sopravvivere buttando dentro tutti e assumendo manovalanza sempre più bassa per contenere i costi.
I problemi finanziari delle società sono stati fronteggiati sempre più spesso “mendicando” l’organizzazione di una gara alla FIS (interessata a concedere il più possibile per chiari fini elettorali) e di conseguenza il calendario agonistico è diventato affollatissimo con montagne di spese per le famiglie e una vita grama per i tecnici (così oggi li chiamano) lontani da casa praticamente ogni weekend.
I federali, invece di cambiare una formula palesemente perdente e insensata che va avanti senza significative variazioni di tema ancor oggi e di incentivare le seconde linee a restare  - lo capirebbe anche quisque de populo che un podio nazionale di quarta categoria è estremamente più gratificante di un 36° posto in un open - soprattutto consentendo agli spadisti di competere in base al proprio livello e maturare secondo i loro tempi, mentre hanno mantenuto al campionato italiano assoluto la formula di passerella per i migliori 40 del ranking (di fatto i professionisti dei gruppi militari), apoteosi del disincentivo, hanno chiesto all’AMIS (una richiesta che non si può rifiutare) di aprire la cat. Zero ai tiratori da 24 a 29 anni così trasformati in babymaster (sic!) e hanno inventato gli odiosissimi CAF.
Un ennesimo flop clamoroso, come tutti ben sanno.
Ma il problema più drammatico attiene alla crisi della meritocrazia (in questo il nostro sport è tristemente diventato molto simile al resto del Paese).
La prima linea dei top fencers è infatti in mano a c.t. in grado di assumere qualunque decisione discrezionale, laddove codesta “discrezionalità” è divenuta talmente larga da sconfinare nel diritto libero di fare tutto ciò che si vuole, perfino potere liberamente selezionare per la CdM il numero 14 del ranking (uno che perderebbe con i migliori cinque del ranking Master) e lasciare a casa il numero 4, o selezionare per una competizione olimpica la figlia, classificata più in basso nel ranking rispetto a ben due tiratrici concorrenti in una posizione migliore.
Mi è stato riferito, ed alla luce di quanto testé osservato pare notizia credibile, che il posto in Nazionale agli anziani “del giro” sarebbe assicurato a prescindere dalla loro posizione nel ranking, quindi in modo avulso rispetto ai risultati ottenuti e, piuttosto, in dipendenza del gradimento del c.t.
Se ciò risponde al vero, per quale ragione e con quali stimoli costoro dovrebbero alzare continuamente il loro livello per restarci?
Conseguentemente, se è vero com’è vero che il miglioramento passa per il sacrificio “devi soffrire” (cit. Fabio Galli), questa comfort zone riservata ai titolari non mi pare il miglior presupposto per poi andare ad affrontare oltre confine i “superman”.
Oltre tutto, se c’è un c.t. che fa quello che gli pare e convoca chi vuole lui con poteri così “pieni” da porlo anche in condizioni di non consentire detta scalata semplicemente facendo la lista dei convocati in CdM (attraverso cui si deve passare per ottenere la qualifica olimpica) non secondo il ranking, ma a modo suo, perché mai un giovane talento dovrebbe dannarsi l’anima e passare le sue giornate in sala a migliorarsi per scalare detto inutile ranking?
Si dice (relata refero) che la Nazionale di spada abbia via via assunto le sembianze di un clan chiuso, una sorta di circolo esclusivo gestito liberamente da un fiduciario (non importa il nome, importa il metodo) mai messo in discussione dai vertici che lo hanno nominato in base a uno stretto rapporto di “affinità” (e non certo a seguito di un concorso per esame o titoli), dove i pochi nuovi arrivati (sempre più spesso sotto la pressione dei gruppi sportivi militari e di polizia) devono camminare in punta di piedi attenti a non pestare la coda agli “anziani”. Se la realtà è questa bisogna osservare che la nostra Nazionale è ben lontana dall’assomigliare a un gruppo seppur di élite ma aperto, dove chi arriva dovrebbe essere rispettato e ammirato per il suo valore sportivo perché si è conquistato a suon di risultati il suo diritto a esserci, primus inter pares rispetto a chi già sta lì.
Perfino Attilio Fini, che pure non era un simbolo di democrazia, convocava il campione italiano in carica ai mondiali assoluti, ma oggi non è più così, e questo stato di cose è deleterio.
Per dirla alla MLK, sogno un c.t. che dovrà essere una figura equilibrata, competente e super partes, una specie di direttore d’orchestra d’alto livello che selezionerà gli elementi della Nazionale esclusivamente in base ai loro meriti, quindi in base ai loro risultati oggettivamente indicati dal ranking (un ranking che abbia delle regole chiare per evitare che arbitrarie esclusioni in CdM lo inquinino) e sogno una Nazionale in cui i convocati si alterneranno rivaleggiando tra loro motivati e competitivi in una virtuosa rotazione meritocratica.
Sogno un c.t. senza il “posto fisso” (cit. Checco Zalone), ma legato ai risultati ottenuti e in discussione, lui per primo.
Un avvocato che vince una causa ogni 10 cambia attività e così dovrà essere anche per il c.t. e per chi lo ha nominato.
La gestione federale, infatti, ci ha abituato da troppo tempo a vedere soggetti liberi di esercitare il loro potere, inchiodati alle loro cadreghe a prescindere dai risultati, il c.f a ratificare passivamente le liste dei convocati e tutti muti.
Se chi sbaglia non paga e se chi merita non è premiato possiamo chiudere bottega a velocità fotonica.
Solo una rivoluzione meritocratica e la tolleranza zero verso esperimenti bislacchi, raccomandazioni e rivalse personali ci potrà farà vedere i suoi frutti nel confronto sempre più duro con i rivali internazionali.
Un dovere di sorveglianza più stringente da parte della Federazione, se ne vogliamo lentamente venire fuori, è molto auspicabile insieme a un radicale cambio di atteggiamento, perché i tesserati non sono sudditi, ma sono il cuore pulsante della nostra Comunità.
Sempre che una Federazione che le politiche dei presidenti Scarso e Azzi (il primo attualmente Presidente onorario e, sembra, con poteri operativi affiancato al Presidente statutario, cosa, se è vera, inedita e inaudita) hanno finito per trasformare in un enorme carrozzone governativo con un interminabile elenco di commissioni federali (17 oltre allo Staff del Presidente il cui ruolo ancora non mi è chiaro) e almeno 106 componenti (sic!), sia davvero in grado di funzionare. Cosa di cui fortemente dubito.
Ma la speranza è l’ultima a morire, come si sa, e alla Scherma italiana, nonostante le avversità e il mio fondato pessimismo, faccio il mio più sentito in bocca al lupo.
Riccardo Bonsignore Z.

giovedì 2 settembre 2021

LA SPADA: il percorso di un’arte divenuta disciplina sportiva Parte prima (le origini)

Riccardo BONSIGNORE
Perché la scherma per noi italiani è così maledettamente importante?
Perché ci arrabbiamo terribilmente se la Federazione non fa il suo dovere, che è quello di tenere sempre alto il tricolore nelle competizioni internazionali?
Perché ci scandalizziamo se nazioni completamente prive di storia riescono a schierare elementi che in particolare ai Giochi Olimpici (la Madre di tutte le gare) surclassano i nostri rappresentanti?
In primo luogo perché la scherma in realtà non è uno sport, ma un’arte e più precisamente un’arte marziale, quindi una cosa seria e questo sebbene in epoca moderna sia stata declassata al rango di disciplina sportiva per cui una spada è divenuta un attrezzo equivalente a una racchetta da tennis e non è più la riproduzione inoffensiva dell’arma bianca per eccellenza.
Nell’opera di Don Jeronimo de Carranza, un maestro operante nei pressi di Siviglia alla fine del ‘500, padre di una delle prime dissertazioni sulla scherma, nella sua tesi visionaria e per certi versi astrusa l’autore spiega di avere creato il suo sistema prendendo a prestito nozioni di tutte le materie  su cui allora si fondava l’educazione di un gentiluomo: la matematica, la scienza, l’arte, la filosofia e la religione e di averlo denominato destreza piuttosto che esgrima (scherma) in quanto esprime l’arte e l’abilità al massimo livello.
Se il pugilato è la nobile arte, la scherma è in origine il vertice assoluto dell’arte e della destrezza che un individuo, uomo o donna che sia, possa esprimere.
Non a caso i romanzi più avvincenti poi tradotti in film di successo con protagonisti come Errol Flynn e Douglas Fairbanks Jr., senza dimenticare la meravigliosa serie Disney con protagonista Guy Williams (al secolo Armando Joseph Catalano, siciliano figlio di emigrati negli USA) e, in tempi più recenti, Antonio Banderas e Catherine Zeta Jones, hanno spesso posto al centro delle loro storie prestigiosi schermidori: Don Chisciotte, i tre Moschettieri, Zorro, il Conte di Montecristo, Cyrano, il Corsaro Nero, e molti altri eroi rimasti nell’immaginario di chi non ha passato la propria infanzia nell’ignoranza uccidendosi di videogiochi.
Ma vi è una seconda ragione che lega in modo così forte noi italiani alla scherma, ed è presto detto: la scherma siamo noi.
Qualcuno dirà… ma i francesi?
Senza andare troppo indietro nel tempo - quando le popolazioni galliche (gli odierni francesi) ancora si dipingevano la faccia di blu mentre i romani, a differenza dei greci, consideravano la scherma un’arte e già avevano in Spartacus, un Trace formatosi schermisticamente all’interno delle milizie romane, il loro invincibile gladiatore - nella c.d. età dei maestri, quindi dal ‘500 in avanti, agli italiani era unanimamente riconosciuto il primato mondiale nella disciplina. Fino ad allora sia in Inghilterra e sia in Francia la perizia nella scherma era vista come una qualità discutibile se non addirittura contra legem.
A metà del XVI secolo il lessico della scherma era italiano, l’opera più letta dell’epoca era il trattato di Achille Marozzo (l’Opera Nova) pubblicata nel 1536 e seguita, nel 1553, dal Trattato di Scientia d’arme di Camillo Agrippa, lo scopritore della cavazione, poi seguì il veneziano Giacomo di Grassi, a cui va il copyright del detto la scherma come arte dell’inganno nel suo trattato dal titolo lunghissimo e, ancora, all’inizio del ‘600, Rodolfo Capoferro. Potrei continuare per ore a citarveli tutti, ma non è mia intenzione tediare nessuno e, men che meno, fare sfoggio di cultura.
Italiani erano anche tutti i migliori maestri (perfino Shakespeare si era scelto un maestro italiano, Vincenzo Saviolo) e i francesi al massimo potevano essere considerati degli allievi.
I miei quattro affezionati lettori potranno quindi ben capire perché noi italiani quando si parla si scherma ci scaldiamo tanto: la scherma è un’arte in cui gli italiani sono sempre stati fin dall’inizio della civiltà occidentale i maestri.
Solo i samurai, a detta di molti qualificati studiosi della materia, avrebbero potuto tenere testa agli schermitori italiani e anche superarli, ma i giapponesi hanno vissuto per secoli in un mondo chiuso fino a quasi perdere la memoria delle gesta dei loro guerrieri armati di katana e trovarsi costretti a reimparare la scherma da noi europei. Esiste anche in Italia una Federazione Italiana Kendo, ma il suo ruolo nel panorama sportivo è molto marginale (circa 50 dojo affiliati), a differenza delle arti marziali che disciplinano il combattimento a mani nude.
La scherma, dopo avere attraversato secoli in cui il gentiluomo ideale doveva essere forte, leggero, rapido e doveva necessariamente sapere tirare con tutte le armi, progressivamente diventò prima arte da sala riservata a un ristretto gruppo di personalità di alto lignaggio e arma da torneo e, quindi, fu promossa (o declassata, punti di vista) a sport, seppure di rango olimpico (ricordate l’esempio della racchetta da tennis di prima?).
Ne è andato di mezzo il senso dell’onore e del rispetto, oggi tra un calciatore e uno schermitore la differenza purtroppo è minima; io stesso sono stato bersaglio, su un noto blog spazzatura, di versi stressanti e volgari da parte di un gruppo di schermitori senza regole e senza valori, ma questo è un altro discorso.
E anche a Olimpia, tra gli Dei dello sport, si è sempre parlato principalmente italiano.
La questione è sicuramente dibattuta, ma in molti sostengono che l’anello di congiunzione tra la scherma militare intesa come arte marziale e quella moderna intesa come disciplina sportiva di rango olimpico sia stato un altro italiano (un mio celeberrimo conterraneo): Agesilao Greco.
Nella misura in cui il Maestro siciliano e teorico della scherma fu campione in moltissimi tornei nazionali e internazionali, anche se non olimpici, imbattuto per molti anni, questa affermazione probabilmente ha una sua fondatezza.
Inutile, poi, nominare i più grandi campioni della storia di questo sport che ancora oggi hanno tra i loro miti olimpici Nedo Nadi, Edoardo Mangiarotti e Valentina Vezzali.
Questa non breve premessa è necessaria per ricordare chi siamo, da dove veniamo, che aspettative ha il mondo su di noi e quali enormi responsabilità ha la Federazione Italiana Scherma, obbligata a tenere alto il prestigio di una Nazione come l’Italia, primatista mondiale di scherma, Federazione oggi da molti accusata - e non del tutto infondatamente - di non essere più da tempo all’altezza di questo compito.
E veniamo finalmente all’arma che più mi sta a cuore, la spada.
Pur essendo il sottoscritto una ex prima categoria di spada, ma anche buon tiratore di fioretto e sciabola, l’abbrutimento regolamentare di questi ultimi anni che ha snaturato le due armi convenzionali mi ha indotto ad allontanarmene.
Nel concentrarmi, quindi, sull’arma che conosco meglio e che tuttora pratico, consentitemi di fare un ulteriore passo indietro nel tempo.
Dalla scherma statica di Agesilao Greco, mattatore della spada con il manico ad archetti, si passò, con Giuseppe Mangiarotti, alla spada francese a manico dritto con una tecnica dinamica (per i tempi).
Il passaggio non fu indolore e diede luogo a un acceso diverbio tra i due (Agesilao voleva imporre la sua spada, ma prevalse quella di Giuseppe) che sfociò in un duello per fortuna mai tenutosi, ufficialmente per mancanza di accordo sull’arma da usare.
C’è comunque concordia di opinioni sul fatto che Giuseppe Mangiarotti sia stato il vero artefice della spada italiana moderna superando le vecchie concezioni.
Tutto a gonfie vele almeno fino al 1960 con una fucina di campioni: Edoardo e Dario Mangiarotti, Luigi Cantone, Carlo Pavesi, fino all’oro olimpico di Giuseppe Delfino (individuale e a squadre), poi un periodo di vacche magre con un solo bronzo (Saccaro alle Olimpiadi del 1968), seguito da una crisi nera.
Finchè il figlio di un barbiere tedesco di provincia ci mise lo zampino e pensò: perché impugnare il fioretto (e anche la spada) con le dita? Perché lo fanno italiani e francesi? Ci si stanca parecchio! Meglio usare il palmo della mano e utilizzare l’impugnatura anatomica (altra invenzione italiana del Maestro Athos di San Malato, siciliano anche lui, modificata come la conosciamo da Francesco Visconti che vedrà la sua più ampia diffusione nella seconda metà del XX secolo): meno fatica e piena potenza. E perché, poi, si deve colpire dritti come fanno gli italiani e gli ungheresi? Se alla fine occorre solo fare accendere la lampadina perché non vibrare la stoccata per esempio dietro la schiena, o anche saltando o accovacciandosi a terra?
Il dispositivo elettrico non dà punti per lo stile, né reagisce emotivamente a sguardi appassionati del pubblico, deve semplicemente accendersi quando la punta arriva sul bersaglio e se arriva più velocemente, con una frustata, tanto meglio.
Il tedesco in questione era Emil Beck, il primo ad abbandonare le dottrine classiche.
E da quel momento stabilì anche che non era più necessario condurre la lama con il braccio se si poteva farlo con le gambe e i piedi, che le finte non dovevano essere necessariamente rivolte verso l’avversario, ma in qualsiasi direzione fin tanto che producevano l’effetto desiderato e che una stoccata lanciata di frustata anche dietro la schiena non solo arriva prima, ma soprattutto non si può parare perché scavalca la lama avversaria (provate a parare prima e schiena e poi fatemi sapere).
Un “cane sciolto” che non conosceva leggi o inibizioni e che a far data dagli anni ’60 utilizzò le tecniche di fioretto anche per insegnare un nuovo modo di tirare di spada, un modo che però richiedeva anche una particolare preparazione fisica, e si passò così a una spada dinamica di livello superiore, dove la mobilità e la prepotenza fisica insieme alla nuova tecnica misero in crisi gli schermitori di tutto il mondo.
Per arrivare alla fine delle sue lezioni, infatti, bisognava essere una macchina inarrestabile.
La scuola di Emil Beck, a Tauberbischofsheim, organizzata con criteri imprenditoriali di alto livello riuscì a ottenere il supporto di grandi aziende, come la Daimler Benz, la Sony, l’Adidas e in totale 52 grandi sponsor, di guisa che il tedesco mise in piedi la sala più grande e attrezzata d’Europa, con piscina e centro fitness.
Con questa accademia Beck formò atleti come Matthias Gey e Matthias Behr nel fioretto, e nella spada niente di meno che gli ori olimpici e mondiali Alex Pusch, Elmar Borrmann, Volker Fischer chiamando alla sua corte anche un certo Arnd Schmitt (con cui poi ci fu un furioso scontro che magari vi racconterò separatamente), oro olimpico individuale a Seul ’88 contro l’eterno gigante marsigliese Riboud.
Inizialmente deriso da tutti i colleghi, alle Olimpiadi del 1976 con gli schermitori provenienti dalla sua accademia, ben nove, gli allievi di Beck vinsero complessivamente undici medaglie olimpiche fra individuali e squadra, tra cui cinque ori. Nel 1984 i suoi allievi convocati alle Olimpiadi erano undici e si aggiudicarono dodici medaglie, sette delle quali d’oro.
Che io ricordi, non ha pari nella storia della scherma: si era aperta una nuova fase.
Contemporaneamente e limitatamente al solo fioretto, un altro geniale Maestro, Livio di Rosa, nella sua sala di Mestre stava percorrendo la nuova strada con il suo allievo migliore, Fabio Dal Zotto, oro olimpico a Montreal ’76 nel fioretto individuale con una scherma nuova che sconcertò gli avversari.
Nel tempo, com’è noto, l’accademia di Mestre sfornerà molti altri campioni raggiungendo il suo momento più alto ai Giochi di Los Angeles del 1984, con la vittoria individuale e a squadre di Mauro Numa e la presenza nella squadra olimpica di ben tre fiorettisti mestrini.
Ritengo che per molto tempo fioretto e spada sono state armi interconnesse dove il primo influenzava la seconda.
Credo che oggi sia il contrario e non è affatto un bene.
Riccardo BONSIGNORE