martedì 3 dicembre 2019

A PROPOSITO DELLA CORTE FEDERALE DI APPELLO


Dott. Maurizio FUMO - ex Presidente della 5^ 
sezione della Suprema Corte di Cassazione
La decisione n. 8/19, prot. 6104/19 del 29.11.2019 della corte federale FIS (che per fortuna non dobbiamo chiamare sentenza) “merita” di essere adeguatamente analizzata (e radicalmente criticata in alcune sue parti, non secondarie) nella sede adeguata. Ed a tanto, a suo tempo, si provvederà.  Qui è tuttavia il caso di porre in evidenza - sia pure in maniera sintetica - quelli che, senza sforzi da parte di un lettore appena attento e competente, appaiono come evidenti pecche, tanto logiche, quanto giuridiche.
Ci si riferisce, innanzitutto, alla dichiarazione di nullità della sentenza di primo grado e, quindi, al passaggio motivazionale relativo alla creazione (e ai “poteri”) della c.d. scuola magistrale della federazione.
Se i decisori (preferisco chiamarli così piuttosto che “giudici”), invece di trascrivere diligentemente articoli del codice di procedura civile, avessero consultato un po’ di giurisprudenza, forse sarebbero giunti a conclusioni diverse in relazione alla prima questione; se poi avessero letto in maniera meno superficiale la sentenza del TAR Lazio n. 2191/19 del 18.2.2019 e l’unico testo di dottrina amministrativistica relativo all’Accademia Nazionale di Scherma (Cangelli F., Riflessioni sulla natura giuridica dell’Accademia Nazionale di Scherma di Napoli, in Diritto dello sport, 3-4/2010, p. 307 ss.), avrebbero potuto evitare di partorire una decisone così “federalmente” orientata sulla seconda questione.
Procediamo con ordine.
Si legge nel provvedimento della corte schermistica che la mancanza della firma da parte del presidente del tribunale federale in calce alla decisione di primo grado (sottoscritta dal solo estensore) è un vizio “considerato gravissimo dall’ordinamento, tale da porre in dubbio la paternità stessa del provvedimento”.
L’affermazione è semplicemente non vera (usiamo un eufemismo!).
Sia la giurisprudenza civile, che quella penale (addirittura a livello di Sezioni Unite della Corte di Cassazione, cfr.: in civile: sent. 11021 del 2014; in penale: sent. 14978 del 2012) sostengono il contrario. Si tratta di una nullità sanabile. La sottoscrizione è insufficiente, non mancante e l’assenza della firma del presidente non incide “né sul giudizio, né sulla decisione consacrata nel dispositivo” (conformi, in civile, Cass., Sez. 5, sent. 9440 del 2017, in relazione alla decisione di una commissione tributaria; in penale, Cass., sez. 6, sent. 46348 del 2015 e sez. 3, sent. 3386 del 2017). Una diversa interpretazione, per i giudici di legittimità, sarebbe lesiva dei principi del giusto processo.
Per di più, poiché “il meccanismo decisorio” sembra ritagliato più sullo schema del rito penale che su quello civile (art. 74 comma 6 del regolamento di giustizia FIS: dispositivo letto all’esito dell’udienza, motivazione redatta in seguito), è indubbio che una decisione di primo grado sia esistita. Il presidente del tribunale non può non aver letto il dispositivo all’esito dell’udienza; quindi l’estensore ha scritto la motivazione, depositando la sentenza-documento qualche giorno dopo. Dunque la firma del presidente manca sulla sentenza-documento, non sulla sentenza-decisione (scil. il dispositivo, che come scrive la Cassazione, “consacra” la decisione). Parlare di un “dubbio sulla paternità stessa del provvedimento” fa sorgere il dubbio sulla ragionevolezza (diciamo così) di chi tale assunto sostiene. La corte federale però ricorda che, in base all’art. 76 comma 6 del regolamento federale di giustizia, l’organo di secondo grado può solo confermare o riformare il giudizio di primo grado, mentre non è consentita la “rimessione” al primo giudice. Si tratta però (ed evidentemente) di un’espressione impropria.  Infatti, intesa in senso tecnico (art. 45 codice di procedura penale) la remissione del processo trova spazio quando la situazione ambientale è tale da non garantire la serenità del processo. Ciò giustifica la translatio judicii
Ora è evidente che non è questo il nostro caso. Probabilmente chi ha scritto il regolamento voleva significare che non è consentita la regressione del procedimento (es. a seguito di un annullamento con rinvio), non che non è consentita la sanatoria di una nullità sanabile - appunto! - dovuta ad una svista o alla negligenza di un giudicante (se il termine non fosse stato abusato in altro contesto, potremmo parlare di un … “refuso non sostanziale”). 
Ebbene, se in calce alla motivazione della sentenza manca una delle firme prescritte, la giurisprudenza di legittimità prevede una nuova redazione della sentenza-documento (in pratica la firma del magistrato “distratto”). Ed è quello che sarebbe stato lecito attendersi all’esito della iniziativa della corte federale che fa riferimento ad una sua richiesta di chiarimenti all’organo giudicante di primo grado. Infatti la corte della FIS afferma di aver chiesto una relazione alla segreteria degli organi di giustizia “in ordine alle modalità di sottoscrizione della sentenza 3/2019 del tribunale federale”; una relazione, vale a dire, sulle ragioni della mancata sottoscrizione da parte del presidente del tribunale. Ma il contenuto della relazione non è riportato nella decisione di secondo grado. Si tratta di una evidente falla motivazionale. Dunque non sapremo mai se la firma manca perché il presidente era impedito, distratto o dissenziente. Ed è chiaro che solo in tale ultimo caso la mancanza potrebbe aver rilievo. Ma, evidentemente, se fosse stato dissenziente, avrebbe fatto emergere in qualche modo le sue ragioni. È curioso poi notare che la corte federale supera con nonchalance (p.4) il fatto che la predetta relazione sia priva di sottoscrizione perché - sostiene - ne sarebbe certa la provenienza. Incerta, viceversa, rimarrebbe - come si è detto - la paternità della decisione del tribunale, benché il presidente di quel collegio abbia letto in udienza il dispositivo. Chissà se i decidenti hanno mai sentito parlare del principio di non contraddizione! 
E veniamo alla seconda (e più “succosa”) questione. Essa è affrontata alle pagine 8 e ss. dell’elaborato motivazionale.
Si sostiene (e ciò è vero) che l’Accademia Nazionale di Scherma non è parte nel giudizio, non avendo proposto alcuna impugnazione in relazione al nuovo statuto. Il che è ovvio, non essendo l’Accademia affiliata alla FIS, non è neanche sottoposta al vincolo di giustizia (come ha chiarito il TAR Lazio). Conseguentemente essa non ha adito la giustizia federale. Ma la decisone, nella parte in cui - contraddicendo la sentenza del giudice amministrativo - sostiene che la FIS può rilasciare il diploma di istruttore nazionale e maestro (o, come si preferisce, l’attestato ai “tecnici” di vari livelli) è certamente rilevante anche per il predetto ente ultracentenario e dunque merita, almeno, una riflessione.
Per la dottrina citata non va dimenticato che l’esame e il conferimento del diploma “rappresentano una delle ragioni fondamentali della nascita dell’ente ... ben prima della nascita della FIS. Tale primogenitura … ha una sua precisa conseguenza giuridica nell’affidamento in via esclusiva all’Accademia Nazionale di Scherma del potere di rilasciare il titolo di maestro e di istruttore di scherma. Tale potere rappresenta probabilmente il punto di massima distanza … tra l’ordinamento della scherma e quello delle altre discipline sportive.” (Cangelli F., op. cit., p. 315).
Per il TAR, d’altra parte, è incontestata “la competenza dell’Accademia al rilascio dei diplomi magistrali sin dalla sua costituzione, con atto di normazione primaria”.
Ma, sostiene la corte della FIS, nessun impedimento si rinviene nella normativa federale o del CONI che si opponga a che (anche?) la federazione gestisca la formazione dei suoi tecnici, appunto, attraverso la scuola magistrale e quindi li diplomi.
Ebbene, a parte le evidente confusione che si fa tra formazione e certificazione (la prima attiene, come è ovvio, all’acquisizione delle competenze; la seconda al momento di verifica di tale acquisizione e al conseguente rilascio del certificato-diploma), c’è da dire che il ragionamento riconducibile allo schema “ciò che non è vietato è consentito” può valere per quel che riguarda l’esercizio di un diritto (che pure soffre limiti e prevede modalità), non certo con riferimento alla attribuzione di un potere, come noto a tutti –  ma non evidentemente alla corte federale – soggetto al principio di legalità. Ogni potere deve, in altri termini, trovare fondamento in una norma che lo attribuisca ad un determinato soggetto e che lo disciplini. Nel nostro caso, si tratta del potere di conferire un titolo professionale (così lo qualifica il TAR, facendo riferimento al DCPM 5.4.2016, vale adire il piano nazionale di riforma delle professioni, erroneamente svilito dalla corte federale). Si tratta di una funzione con evidenti riflessi pubblicistici, che dunque necessita di un placet statale. Diversamente ragionando (vale a dire facendo uso dell’adagio popolare: “ciò che non è vietato è consentito”), non si vede perché la FIS non possa rilasciare diplomi di odontotecnico o, magari, lauree in giurisprudenza, in modo da allevare una sua schiera di giuristi domestici. Nessuna norma positiva esplicitamente lo vieta!
A parte le (facili) battute, è evidente che la corte FIS ha letto con disattenzione la sentenza del TAR Lazio, che non a caso ha annullato le sessioni di esami organizzate e gestite “in proprio” dalla federazione e la ha anche condannata al risarcimento dei danni. Orbene il giudice amministrativo ha fondato il suo convincimento su quattro presupposti: a) lo stesso statuto della FIS (che, non a caso, nella nuova versione ha voluto - contra legem - cancellare l’Accademia, b) le fonti normative a far tempo dal regio decreto del 1880, c) la prassi ultracentenaria in base alla quale il predetto ente - prima da solo, poi in collaborazione con la FIS - ha organizzato e gestito gli esami, d) il provvedimento di riordino delle professioni che prevede esplicitamente che si diventa maestro di scherma, se si sostiene l’esame presso l’Accademia. Tale ultima “fonte” è erroneamente sottostimata dall’estensore della decisione, la quale parla di un atto di contenuto meramente ricognitivo. Ora, a parte il fatto che la ricognizione si opera sull’esistente (e dunque si riconosce – nel nostro caso – una situazione giuridica vigente), sta di fatto che il “riordino” è avvenuto sulla base di due direttive europee, recepite, come era inevitabile, nel nostro sistema giuridico.Forse è il caso di ricordare che siamo in presenza di un ordinamento c.d. multilivello. 
Forse è anche il caso di ricordare una recente sentenza della corte di appello di Roma, sezione lavoro (2924/18 del 5.7.2018), la quale ha chiarito che quando i “lavoratori sportivi” prestano la loro opera con carattere di continuità, ripetitività, regolarità e stabilità, essi non possono essere considerati dei dilettanti che, a tempo perso, insegnano ad altri i rudimenti di una disciplina sportiva, ma veri e propri lavoratori; indipendenti o subordinati, ma certamente professionalizzati. E allora è da chiedersi come si possa rilasciare un vero e proprio titolo professionale se non in base ad un atto avente forza di legge, ma semplicemente perché “nessun impedimento è possibile leggere (sic!) nelle norme appena riprodotte”, vale a dire l’art. 15 del decreto legislativo 242/1999, che l’estensore, con la solita diligenza da amanuense, cita alla lettera, aggiungendo, dopo aver trascritto (anche) l’art. 23 dello statuto del CONI in tema di formazione dei tecnici che “da tale elencazione (ancora sic!) non deriva alcuna limitazione all’attività della FIS”.
In sintesi: non rileva che non mi sia stato conferito quel potere; poiché non è trovo scritto che mi è stato negato, ciò vuol dire che … mi è stato conferito. Un ragionamento  connotato da disarmante semplicismo, che si fa fatica ad attribuire a chi pratica il diritto.
Con una certa dose di cinismo, i giuristi dicono che tutto si può motivare. Temo che sia vero; ma per motivare una decisione palesemente sbagliata, bisogna essere dei fuoriclasse.
Maurizio Fumo

domenica 1 dicembre 2019

STATUTO: le motivazioni alla sentenza della Corte di Appello Federale

La Corte federale d’Appello ha reso note le motivazioni alla sentenza del procedimento n.8 /2019 relative alle modifiche statutarie, promosso dalla Federazione Italiana Scherma avverso il provvedimento emesso dal Tribunale federale. In buona sostanza, le società che hanno sostenuto il ricorso costituivano la propria iniziativa su:
·      Illegittima costituzione dell’Assemblea;
·      Incompletezza ed inesattezza del verbale e delle operazioni di voto;
·    Contrarietà alla legge ed ai principi fondamentali del CONI degli articoli 1, 4, 16, 17, 18, 22, 46, 50, 52, 55, 60, 1,67,70 e 73.
La Federazione Italiana Scherma ha impugnato il provvedimento di 1° grado motivando la propria azione sull’erroneità e/o infondatezza e chiedendo dichiararsi l’inammissibilità e/o il rigettare il ricorso per i seguenti motivi:

· Inammissibilità delle censure dedotte dai ricorrenti avverso le modalità del recepimento dei principi fondamentali degli statuti;
·      Difetto di legittimazione attiva;
·      Carenza di interesse dei ricorrenti;
·    Nel merito: infondatezza dell’eccepita incompletezza ed inesattezza del verbale delle operazioni di voto.

La Corte Federale d’Appello con la decisione relativa al precitato procedimento n.8/2019, pubblicata sul sito federale e sul Blog, si è pronunciata sul ricorso della FIS contro la sentenza del Tribunale federale.
La Corte ha accolto la richiesta della FIS di dichiarare nulla la sentenza del Tribunale federale, in quanto era stata firmata la decisione dal relativo presidente, ma non le motivazioni.
Si ricorda che il Tribunale federale aveva significativamente cassato intere parti dello Statuto frutto dell'Assemblea di Riccione e di successivi interventi del Presidente Scarso.
La Corte Federale non è intervenuta sulla richiesta di dichiarare nulla l'Assemblea di Riccione, poiché
ha ritenuto tardive le istanze delle società.
Non è affatto vero, come dichiarato dalla FIS con Comunicato sul sito federale, che la Corte abbia sostanzialmente confermato, anche nei contenuti, l’impostazione delle modifiche proposte dal Consiglio federale e approvate dall’Assemblea del 19 maggio 2019. Al contrario, su articoli e disposizioni vitali per la vita della FIS e dello stesso Statuto, la Corte ha accertato palesi contrasti con leggi dello Stato italiano. Pertanto, ha cassato le seguenti parti dello Statuto: art. 4 comma 3 lettera e, art. 16 comma 6, art. 17 comma 4, art. 22 comma 6, art. 46, art. 50, art. 60 comma 6, art. 61 commi 3 e 7, art. 67 comma 7, art. 70, art. 73 comma 3).
È inquietante leggere nel Comunicato della FIS che " Tali formulazioni risultano, in molti casi, emendabili senza necessità di ricorso all’Assemblea ".
Anche la seguente affermazione desta scalpore " In altri casi, invece, le invalidità discendono da una diversa interpretazione di norme di legge e/o di Principi fondamentali del CONI operata dalla Corte rispetto a quella sostenuta dalla FIS e dal CONI (che, approvandole, ha ritenuto corrette le formulazioni in questione) ".
Il Consiglio federale, infatti, non ha mai pubblicato sul sito federale l'intera delibera del CONI, che nella sua completa lettura è assolutamente illuminante in merito e contrasta palesemente con la Vulgata federale.
Infine, non si può tacere leggendo queste conclusioni del Comunicato federale " Tale aspetto richiede necessariamente un confronto con gli Uffici del CONI preposti, per accertare quale sia la corretta interpretazione dei principi coinvolti e, secondariamente, ove ciò si dovesse rendere necessario, quale possa essere la corretta modalità per chiarire, al di là di ogni dubbio, la correttezza della formulazione approvata dall’Assemblea. Non si può escludere che, sotto tale ultimo profilo, qualora il CONI confermi la valutazione positiva già espressa rispetto al testo approvato dall’Assemblea, la FIS si veda costretta a ricorrere al Collegio di Garanzia del CONI ".
La Giunta Nazionale del CONI ha già pubblicamente affermato che sulle intere vicende federali statutarie (richiesta e nomina del commissario, Statuto adottato dal Commissario, Assemblea di Riccione, Statuto deliberato dall'Assemblea, delega al Presidente, modifiche del Presidente, Statuto approvato sub judice), sarà il solo Collegio di Garanzia sedente presso il CONI a pronunciarsi.
Ci rimane soltanto da segnalare che ben due gradi di giudizio federali, cioè due Organi di giustizia sportiva nominati da questo Consiglio federale, hanno bocciato lo Statuto.
Mia nonna diceva che le bugie hanno le gambe corte.
Ezio RINALDI