Scenografie,
musiche, costumi, coreografie, canti e recitazioni, hanno saputo creare una
narrazione così efficace che verrebbe voglia di farne un’altra, magari a Roma
nel 2040, alla faccia della Raggi volle cancellare co’ du’ schizzi de penna,
quella del 2032.
Il
rischio era quello di vedere una mediocre imitazione, se non addirittura
replica della cerimonia di Torino 2006, con Pavarotti, Bolle, e la Ferrari che
sgommava, invece, sebbene alcuni temi sono stati comuni in modo inevitabile, la
loro declinazione è stata originale e non ripetitiva. Gli ospiti, Mariah Carey,
Lang Lang, non sono stati predominanti rispetto a Cecilia Bartoli e Andrea
Bocelli, come invece furono Lady Gaga e Celine Dion a Parigi. Ognuno ha
partecipato come comprimari adorabili dimostrando che si possa essere
culturalmente inclusivi, senza strafare, ottenendo una perfetta armonia fra le
parti, o meglio le sequenze, al punto che la frase dello stilista Valentino
“l’eleganza è equilibrio fra proporzioni, emozione e sorpresa”, sembra essere stato
il mantra di chi ha concepito tutto lo spettacolo.
Infatti
proprio di equilibrio si tratta, poiché quella semplicità che ha visto sfilare
la Fiaccola per tutta Italia, è la stessa che ha spolverato il tram per portare
gente comune, artisti, bambini e il Presidente della repubblica, seppur guidato
dal sempre simpatico Valentino Rossi. Una narrazione così semplice che ha
ricordato, anche se da lontano, il neorealismo semplice di Zavattini e De Sica.
I
monumenti milanesi visti con nonchalance, e non eccessivo romanticismo, mi
hanno fatto voglia di prendere il treno e andarci, e non ce ne frega nulla se
potremmo incontrare Snoop Dog o altri poco interessanti personaggi. (PS la
frottola che Skysport ha messo in rete dicendo che ci sarebbe stato Tom Cruise,
è inspiegabile)
Immancabile
l’Andrea nazionale Bocelli e la sempreverde “Nessun dorma” di Puccini, accanto
a “Volare”, di Modugno interpretata e bene all’americana, da Mariah Carey cui
va il nostro plauso per averla imparata in italiano, mentre inutile è parsa la
polemica di Ghali che avrebbe voluto cantare l’inno di Mameli, soffiato (per
fortuna) dall’altra nazionale Laura Pausini, che ha saputo lanciare il do con
il suo petto e penso che l’abbia anche meritato, in questi trent’anni di
carriera. Nulla da fare per l’italo tunisino, più tunisino che italo, visto che
ha fatto parlare di sé per giorni in quanto voleva cantare in arabo, è stata
destinata una perfetta poesia di Gianni Rodari sulla pace.
Stucchevole,
a mio personalissimo giudizio, il ritornello sulla resilienza e l’inclusione,
oramai aggettivi in dismissione, e persino la ridondanza sulla pace, cosa che i
popoli vogliono sempre più, a dispetto degli sforzi dei politici. A questa
ridondanza si affianca in qualche modo, anche la già vista celebrazione
parigina dell’eroismo femminile, che a Milano è tornata nei militari schierati
sempre in numero uguali di maschi e femmine, l’inspiegabile quadro su
Margherita Hack, con Samantha Cristoforetti, seguito dal pipponcino, per
fortuna breve, di Charlize Theron che ha recitato una frase di Nelson Mandela,
sempre sulla pace, il tutto contornato da ballerini che figuravano una colomba
della pace, sdraiandosi sul palcoscenico, riproposta dalla regia anche tramite
un disegno di luce anche questo tema un tantinello ripetitivo, come a dire che
i compiti a casa sono stati fatti.
Sorprendente
il discorso di Giovanni Malagò, che ha soffiato la scena a Buonfiglio, in
qualità di presidente del Comitato organizzatore dell’olimpiade e presenziando
quindi accanto alla quarantaduenne Kirsty Coventry, presidentessa del CIO. Il
suo inglese è formidabile, fluente ed efficace, al punto che sembrava
addirittura leggere il gobbo. Al contrario il primo discorso olimpico della
zimbabuese Coventry che è sembrata molto più emozionata dell’italiano.
Esilarante
invece Brenda Lodigiani, che ha mimato, purtroppo, solo una piccola parte dei
tipici gesti degli italiani che tutti conoscono, e molto simpatica Sabrina
Impacciatore, trasformata in cartoon e poi in ballerina. Anche loro donne, ma
evidentemente Checco Zalone non era abbastanza sportively correct.
Alla
fine il toto accensione ha lasciato tutti felicemente soddisfatti, in quanto
Alberto Tomba e Deborah Compagnoni hanno acceso il braciere milanese mentre
quello Ampezzano è stato illuminato dalla bergamasca Sofia Goggia, alla quale
avrei accoppiato in modo simmetrico Gustav Thoeni, invece di fargli fare solo
il penultimo tratto.
Se
questo è l’inizio, allora non vedo l’ora di vedere il resto pur sapendo che
sabato e domenica ci sarà il Grand Prix Inalpi di fioretto a Torino.
Forza
e sempre ai nostri Azzurri!
Fabrizio Orsini