martedì 3 dicembre 2019

A PROPOSITO DELLA CORTE FEDERALE DI APPELLO


Dott. Maurizio FUMO - ex Presidente della 5^ 
sezione della Suprema Corte di Cassazione
La decisione n. 8/19, prot. 6104/19 del 29.11.2019 della corte federale FIS (che per fortuna non dobbiamo chiamare sentenza) “merita” di essere adeguatamente analizzata (e radicalmente criticata in alcune sue parti, non secondarie) nella sede adeguata. Ed a tanto, a suo tempo, si provvederà.  Qui è tuttavia il caso di porre in evidenza - sia pure in maniera sintetica - quelli che, senza sforzi da parte di un lettore appena attento e competente, appaiono come evidenti pecche, tanto logiche, quanto giuridiche.
Ci si riferisce, innanzitutto, alla dichiarazione di nullità della sentenza di primo grado e, quindi, al passaggio motivazionale relativo alla creazione (e ai “poteri”) della c.d. scuola magistrale della federazione.
Se i decisori (preferisco chiamarli così piuttosto che “giudici”), invece di trascrivere diligentemente articoli del codice di procedura civile, avessero consultato un po’ di giurisprudenza, forse sarebbero giunti a conclusioni diverse in relazione alla prima questione; se poi avessero letto in maniera meno superficiale la sentenza del TAR Lazio n. 2191/19 del 18.2.2019 e l’unico testo di dottrina amministrativistica relativo all’Accademia Nazionale di Scherma (Cangelli F., Riflessioni sulla natura giuridica dell’Accademia Nazionale di Scherma di Napoli, in Diritto dello sport, 3-4/2010, p. 307 ss.), avrebbero potuto evitare di partorire una decisone così “federalmente” orientata sulla seconda questione.
Procediamo con ordine.
Si legge nel provvedimento della corte schermistica che la mancanza della firma da parte del presidente del tribunale federale in calce alla decisione di primo grado (sottoscritta dal solo estensore) è un vizio “considerato gravissimo dall’ordinamento, tale da porre in dubbio la paternità stessa del provvedimento”.
L’affermazione è semplicemente non vera (usiamo un eufemismo!).
Sia la giurisprudenza civile, che quella penale (addirittura a livello di Sezioni Unite della Corte di Cassazione, cfr.: in civile: sent. 11021 del 2014; in penale: sent. 14978 del 2012) sostengono il contrario. Si tratta di una nullità sanabile. La sottoscrizione è insufficiente, non mancante e l’assenza della firma del presidente non incide “né sul giudizio, né sulla decisione consacrata nel dispositivo” (conformi, in civile, Cass., Sez. 5, sent. 9440 del 2017, in relazione alla decisione di una commissione tributaria; in penale, Cass., sez. 6, sent. 46348 del 2015 e sez. 3, sent. 3386 del 2017). Una diversa interpretazione, per i giudici di legittimità, sarebbe lesiva dei principi del giusto processo.
Per di più, poiché “il meccanismo decisorio” sembra ritagliato più sullo schema del rito penale che su quello civile (art. 74 comma 6 del regolamento di giustizia FIS: dispositivo letto all’esito dell’udienza, motivazione redatta in seguito), è indubbio che una decisione di primo grado sia esistita. Il presidente del tribunale non può non aver letto il dispositivo all’esito dell’udienza; quindi l’estensore ha scritto la motivazione, depositando la sentenza-documento qualche giorno dopo. Dunque la firma del presidente manca sulla sentenza-documento, non sulla sentenza-decisione (scil. il dispositivo, che come scrive la Cassazione, “consacra” la decisione). Parlare di un “dubbio sulla paternità stessa del provvedimento” fa sorgere il dubbio sulla ragionevolezza (diciamo così) di chi tale assunto sostiene. La corte federale però ricorda che, in base all’art. 76 comma 6 del regolamento federale di giustizia, l’organo di secondo grado può solo confermare o riformare il giudizio di primo grado, mentre non è consentita la “rimessione” al primo giudice. Si tratta però (ed evidentemente) di un’espressione impropria.  Infatti, intesa in senso tecnico (art. 45 codice di procedura penale) la remissione del processo trova spazio quando la situazione ambientale è tale da non garantire la serenità del processo. Ciò giustifica la translatio judicii
Ora è evidente che non è questo il nostro caso. Probabilmente chi ha scritto il regolamento voleva significare che non è consentita la regressione del procedimento (es. a seguito di un annullamento con rinvio), non che non è consentita la sanatoria di una nullità sanabile - appunto! - dovuta ad una svista o alla negligenza di un giudicante (se il termine non fosse stato abusato in altro contesto, potremmo parlare di un … “refuso non sostanziale”). 
Ebbene, se in calce alla motivazione della sentenza manca una delle firme prescritte, la giurisprudenza di legittimità prevede una nuova redazione della sentenza-documento (in pratica la firma del magistrato “distratto”). Ed è quello che sarebbe stato lecito attendersi all’esito della iniziativa della corte federale che fa riferimento ad una sua richiesta di chiarimenti all’organo giudicante di primo grado. Infatti la corte della FIS afferma di aver chiesto una relazione alla segreteria degli organi di giustizia “in ordine alle modalità di sottoscrizione della sentenza 3/2019 del tribunale federale”; una relazione, vale a dire, sulle ragioni della mancata sottoscrizione da parte del presidente del tribunale. Ma il contenuto della relazione non è riportato nella decisione di secondo grado. Si tratta di una evidente falla motivazionale. Dunque non sapremo mai se la firma manca perché il presidente era impedito, distratto o dissenziente. Ed è chiaro che solo in tale ultimo caso la mancanza potrebbe aver rilievo. Ma, evidentemente, se fosse stato dissenziente, avrebbe fatto emergere in qualche modo le sue ragioni. È curioso poi notare che la corte federale supera con nonchalance (p.4) il fatto che la predetta relazione sia priva di sottoscrizione perché - sostiene - ne sarebbe certa la provenienza. Incerta, viceversa, rimarrebbe - come si è detto - la paternità della decisione del tribunale, benché il presidente di quel collegio abbia letto in udienza il dispositivo. Chissà se i decidenti hanno mai sentito parlare del principio di non contraddizione! 
E veniamo alla seconda (e più “succosa”) questione. Essa è affrontata alle pagine 8 e ss. dell’elaborato motivazionale.
Si sostiene (e ciò è vero) che l’Accademia Nazionale di Scherma non è parte nel giudizio, non avendo proposto alcuna impugnazione in relazione al nuovo statuto. Il che è ovvio, non essendo l’Accademia affiliata alla FIS, non è neanche sottoposta al vincolo di giustizia (come ha chiarito il TAR Lazio). Conseguentemente essa non ha adito la giustizia federale. Ma la decisone, nella parte in cui - contraddicendo la sentenza del giudice amministrativo - sostiene che la FIS può rilasciare il diploma di istruttore nazionale e maestro (o, come si preferisce, l’attestato ai “tecnici” di vari livelli) è certamente rilevante anche per il predetto ente ultracentenario e dunque merita, almeno, una riflessione.
Per la dottrina citata non va dimenticato che l’esame e il conferimento del diploma “rappresentano una delle ragioni fondamentali della nascita dell’ente ... ben prima della nascita della FIS. Tale primogenitura … ha una sua precisa conseguenza giuridica nell’affidamento in via esclusiva all’Accademia Nazionale di Scherma del potere di rilasciare il titolo di maestro e di istruttore di scherma. Tale potere rappresenta probabilmente il punto di massima distanza … tra l’ordinamento della scherma e quello delle altre discipline sportive.” (Cangelli F., op. cit., p. 315).
Per il TAR, d’altra parte, è incontestata “la competenza dell’Accademia al rilascio dei diplomi magistrali sin dalla sua costituzione, con atto di normazione primaria”.
Ma, sostiene la corte della FIS, nessun impedimento si rinviene nella normativa federale o del CONI che si opponga a che (anche?) la federazione gestisca la formazione dei suoi tecnici, appunto, attraverso la scuola magistrale e quindi li diplomi.
Ebbene, a parte le evidente confusione che si fa tra formazione e certificazione (la prima attiene, come è ovvio, all’acquisizione delle competenze; la seconda al momento di verifica di tale acquisizione e al conseguente rilascio del certificato-diploma), c’è da dire che il ragionamento riconducibile allo schema “ciò che non è vietato è consentito” può valere per quel che riguarda l’esercizio di un diritto (che pure soffre limiti e prevede modalità), non certo con riferimento alla attribuzione di un potere, come noto a tutti –  ma non evidentemente alla corte federale – soggetto al principio di legalità. Ogni potere deve, in altri termini, trovare fondamento in una norma che lo attribuisca ad un determinato soggetto e che lo disciplini. Nel nostro caso, si tratta del potere di conferire un titolo professionale (così lo qualifica il TAR, facendo riferimento al DCPM 5.4.2016, vale adire il piano nazionale di riforma delle professioni, erroneamente svilito dalla corte federale). Si tratta di una funzione con evidenti riflessi pubblicistici, che dunque necessita di un placet statale. Diversamente ragionando (vale a dire facendo uso dell’adagio popolare: “ciò che non è vietato è consentito”), non si vede perché la FIS non possa rilasciare diplomi di odontotecnico o, magari, lauree in giurisprudenza, in modo da allevare una sua schiera di giuristi domestici. Nessuna norma positiva esplicitamente lo vieta!
A parte le (facili) battute, è evidente che la corte FIS ha letto con disattenzione la sentenza del TAR Lazio, che non a caso ha annullato le sessioni di esami organizzate e gestite “in proprio” dalla federazione e la ha anche condannata al risarcimento dei danni. Orbene il giudice amministrativo ha fondato il suo convincimento su quattro presupposti: a) lo stesso statuto della FIS (che, non a caso, nella nuova versione ha voluto - contra legem - cancellare l’Accademia, b) le fonti normative a far tempo dal regio decreto del 1880, c) la prassi ultracentenaria in base alla quale il predetto ente - prima da solo, poi in collaborazione con la FIS - ha organizzato e gestito gli esami, d) il provvedimento di riordino delle professioni che prevede esplicitamente che si diventa maestro di scherma, se si sostiene l’esame presso l’Accademia. Tale ultima “fonte” è erroneamente sottostimata dall’estensore della decisione, la quale parla di un atto di contenuto meramente ricognitivo. Ora, a parte il fatto che la ricognizione si opera sull’esistente (e dunque si riconosce – nel nostro caso – una situazione giuridica vigente), sta di fatto che il “riordino” è avvenuto sulla base di due direttive europee, recepite, come era inevitabile, nel nostro sistema giuridico.Forse è il caso di ricordare che siamo in presenza di un ordinamento c.d. multilivello. 
Forse è anche il caso di ricordare una recente sentenza della corte di appello di Roma, sezione lavoro (2924/18 del 5.7.2018), la quale ha chiarito che quando i “lavoratori sportivi” prestano la loro opera con carattere di continuità, ripetitività, regolarità e stabilità, essi non possono essere considerati dei dilettanti che, a tempo perso, insegnano ad altri i rudimenti di una disciplina sportiva, ma veri e propri lavoratori; indipendenti o subordinati, ma certamente professionalizzati. E allora è da chiedersi come si possa rilasciare un vero e proprio titolo professionale se non in base ad un atto avente forza di legge, ma semplicemente perché “nessun impedimento è possibile leggere (sic!) nelle norme appena riprodotte”, vale a dire l’art. 15 del decreto legislativo 242/1999, che l’estensore, con la solita diligenza da amanuense, cita alla lettera, aggiungendo, dopo aver trascritto (anche) l’art. 23 dello statuto del CONI in tema di formazione dei tecnici che “da tale elencazione (ancora sic!) non deriva alcuna limitazione all’attività della FIS”.
In sintesi: non rileva che non mi sia stato conferito quel potere; poiché non è trovo scritto che mi è stato negato, ciò vuol dire che … mi è stato conferito. Un ragionamento  connotato da disarmante semplicismo, che si fa fatica ad attribuire a chi pratica il diritto.
Con una certa dose di cinismo, i giuristi dicono che tutto si può motivare. Temo che sia vero; ma per motivare una decisione palesemente sbagliata, bisogna essere dei fuoriclasse.
Maurizio Fumo

domenica 1 dicembre 2019

STATUTO: le motivazioni alla sentenza della Corte di Appello Federale

La Corte federale d’Appello ha reso note le motivazioni alla sentenza del procedimento n.8 /2019 relative alle modifiche statutarie, promosso dalla Federazione Italiana Scherma avverso il provvedimento emesso dal Tribunale federale. In buona sostanza, le società che hanno sostenuto il ricorso costituivano la propria iniziativa su:
·      Illegittima costituzione dell’Assemblea;
·      Incompletezza ed inesattezza del verbale e delle operazioni di voto;
·    Contrarietà alla legge ed ai principi fondamentali del CONI degli articoli 1, 4, 16, 17, 18, 22, 46, 50, 52, 55, 60, 1,67,70 e 73.
La Federazione Italiana Scherma ha impugnato il provvedimento di 1° grado motivando la propria azione sull’erroneità e/o infondatezza e chiedendo dichiararsi l’inammissibilità e/o il rigettare il ricorso per i seguenti motivi:

· Inammissibilità delle censure dedotte dai ricorrenti avverso le modalità del recepimento dei principi fondamentali degli statuti;
·      Difetto di legittimazione attiva;
·      Carenza di interesse dei ricorrenti;
·    Nel merito: infondatezza dell’eccepita incompletezza ed inesattezza del verbale delle operazioni di voto.

La Corte Federale d’Appello con la decisione relativa al precitato procedimento n.8/2019, pubblicata sul sito federale e sul Blog, si è pronunciata sul ricorso della FIS contro la sentenza del Tribunale federale.
La Corte ha accolto la richiesta della FIS di dichiarare nulla la sentenza del Tribunale federale, in quanto era stata firmata la decisione dal relativo presidente, ma non le motivazioni.
Si ricorda che il Tribunale federale aveva significativamente cassato intere parti dello Statuto frutto dell'Assemblea di Riccione e di successivi interventi del Presidente Scarso.
La Corte Federale non è intervenuta sulla richiesta di dichiarare nulla l'Assemblea di Riccione, poiché
ha ritenuto tardive le istanze delle società.
Non è affatto vero, come dichiarato dalla FIS con Comunicato sul sito federale, che la Corte abbia sostanzialmente confermato, anche nei contenuti, l’impostazione delle modifiche proposte dal Consiglio federale e approvate dall’Assemblea del 19 maggio 2019. Al contrario, su articoli e disposizioni vitali per la vita della FIS e dello stesso Statuto, la Corte ha accertato palesi contrasti con leggi dello Stato italiano. Pertanto, ha cassato le seguenti parti dello Statuto: art. 4 comma 3 lettera e, art. 16 comma 6, art. 17 comma 4, art. 22 comma 6, art. 46, art. 50, art. 60 comma 6, art. 61 commi 3 e 7, art. 67 comma 7, art. 70, art. 73 comma 3).
È inquietante leggere nel Comunicato della FIS che " Tali formulazioni risultano, in molti casi, emendabili senza necessità di ricorso all’Assemblea ".
Anche la seguente affermazione desta scalpore " In altri casi, invece, le invalidità discendono da una diversa interpretazione di norme di legge e/o di Principi fondamentali del CONI operata dalla Corte rispetto a quella sostenuta dalla FIS e dal CONI (che, approvandole, ha ritenuto corrette le formulazioni in questione) ".
Il Consiglio federale, infatti, non ha mai pubblicato sul sito federale l'intera delibera del CONI, che nella sua completa lettura è assolutamente illuminante in merito e contrasta palesemente con la Vulgata federale.
Infine, non si può tacere leggendo queste conclusioni del Comunicato federale " Tale aspetto richiede necessariamente un confronto con gli Uffici del CONI preposti, per accertare quale sia la corretta interpretazione dei principi coinvolti e, secondariamente, ove ciò si dovesse rendere necessario, quale possa essere la corretta modalità per chiarire, al di là di ogni dubbio, la correttezza della formulazione approvata dall’Assemblea. Non si può escludere che, sotto tale ultimo profilo, qualora il CONI confermi la valutazione positiva già espressa rispetto al testo approvato dall’Assemblea, la FIS si veda costretta a ricorrere al Collegio di Garanzia del CONI ".
La Giunta Nazionale del CONI ha già pubblicamente affermato che sulle intere vicende federali statutarie (richiesta e nomina del commissario, Statuto adottato dal Commissario, Assemblea di Riccione, Statuto deliberato dall'Assemblea, delega al Presidente, modifiche del Presidente, Statuto approvato sub judice), sarà il solo Collegio di Garanzia sedente presso il CONI a pronunciarsi.
Ci rimane soltanto da segnalare che ben due gradi di giudizio federali, cioè due Organi di giustizia sportiva nominati da questo Consiglio federale, hanno bocciato lo Statuto.
Mia nonna diceva che le bugie hanno le gambe corte.
Ezio RINALDI

sabato 23 novembre 2019

LA SENTENZA PER LO STATUTO ED I REFUSI DI SCARSO

L’articolo sul provvedimento assunto dalla Corte di Appello Federale ha suscitato molto interesse, stupore e sconcerto nel movimento schermistico italiano. L’organo di Giustizia Federale con la sua sentenza ha disposto, in accoglimento del primo motivo di reclamo della FIS:
·     la nullità della decisione n.3-2019 del Tribunale Federale;
·   dichiarato inammissibile la domanda di cui ai punti 1 e 2 del ricorso introduttivo proposto dalle società ricorrenti, così come riproposti in sede di reclamo incidentale, finalizzata ad ottenere la declaratoria di invalidità della delibera assembleare FIS del 19 maggio2019 per vizi formali;
·    ha ritenuto di dover entrare nel merito della controversia ed ha accolto la domanda di annullamento della delibera impugnata con riferimento ai seguenti articoli dello statuto: art.4 comma 3, lettera e; art. 16 comma 6; art. 17 comma 4; art. 22 comma 6; art. 46; art. 50; art. 60, comma 6; art. 67, comma 7; art. 70 e art. 73. Ha respinto ogni ulteriore censura.
Sulla Gazzetta dello Sport del 21 novembre 2019, il presidente Scarso rilascia un’intervista affermando nuovamente che lo statuto potrebbe contenere dei refusi tecnici e si riserva di fare appello al collegio di garanzia del CONI. La replica dell’avv. Paola PUGLISI, curatrice del ricorso presentato da sei società schermistiche, ha posto in evidenza che l’intervento della Corte di Appello Federale riguarda alcuni passaggi chiave inerenti, tra le altre cose, i criteri di affiliazione delle associazioni, gli organi di giustizia, le quote rosa, la composizione dell’assemblea elettiva e le incompatibilità, meravigliandosi di come il CONI non abbia potuto accorgersi delle violazioni contenute nello statuto.
Si rimane in attesa delle motivazioni della sentenza e solo allora sia il Presidente che i ricorrenti avranno ulteriori elementi di valutazione. Certo, si ha la percezione che il massimo dirigente federale si sia specializzato in refusi, definendoli, a seconda delle circostanze, irrilevanti o tecnici. Però una semplice domanda me la faccio; se si tratta di semplici refusi tecnici perché adire il Collegio di Garanzia del CONI (una azione del genere costa 1.200,00€ più la parcella per l’avvocato)? Non era meglio ascoltare con la dovuta attenzione ciò che gli interventi della minoranza avevano già posto in evidenza durante i lavori assembleari del 19 maggio u.s.? La condotta dei lavori, e per essa l’atteggiamento del Presidente e del suo consiglio, ha sottolineato, con indiscutibile arroganza, la limitata attitudine ad ascoltare la base, sia pure quella minoritaria. A tal proposito, nei giorni scorsi Luca Magni, su Facebook, , ha stigmatizzato il modo di fare politica di qualche amministratore locale, poiché non garantista delle minoranze e mi verrebbe da chiedere a costui se nell’ Assemblea di Riccione in cui ha svolto le funzioni di  presidente ,ha realmente tutelato il diritto delle minoranze FIS: sempre pronti a guardare la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio.
Ritornando allo statuto, a mio avviso, quello approvato nella scorsa assemblea della FIS, a Maggio 2019, è invalido e porterebbe a due possibili scenari: la riscrittura dello stesso o la nomina di un commissario “ad acta” da parte del CONI. Lo statuto comunque non consente di andare a nuove elezioni (il mandato dell’attuale presidente scade con questo quadriennio olimpico).
Lo scenario mi pare allarmante ma, come anzi detto, attendiamo le motivazioni della Corte d’Appello Federale, per le quali il termine è fissato in 10 giorni.
Ezio RINALDI

mercoledì 20 novembre 2019

LA DECISIONE DELLA CORTE D'APPELLO FEDERALE


Lunedì pomeriggio la Corte d'Appello federale ha deciso il reclamo proposto dalla federazione contro la decisione del Tribunale federale che aveva annullato alcuni articoli dello Statuto approvato dall’Assemblea di Riccione il 19 maggio.
Anche la Corte d’Appello ha ritenuto che una buona parte delle decisioni prese dall’Assemblea fosse contraria alla legge o ai Principi del CONI e ha annullato un numero importante di articoli dello Statuto. Solo per fare un esempio tra gli articoli annullati c’è l’articolo 4 sull’affiliazione.
Nella versione dello Statuto proposta dal Consiglio Federale e approvata dall’Assemblea le associazioni per poter essere affiliate alla Fis avrebbero dovuto consentire il diritto di voto nelle proprie assemblee soltanto agli associati che fossero anche tesserati alla Fis.
In questo modo però gli affiliati sarebbero andati incontro alla revoca dei benefici fiscali previsti per le ASD  e a sanzioni economiche molto pesanti.
Per fortuna un gruppo di società che ha realmente a cuore gli interessi della federazione ha impugnato lo statuto, salvando dal rischio di una pesante verifica fiscale gli altri affiliati.
Mentre il consiglio federale, con la proposta illegittima che era stata approvata all’assemblea, li aveva messi a rischio di perdere tutti i benefici fiscali.
Basterebbe questo per chiedere le dimissioni di tutto il consiglio federale. Come si può accettare di essere governati da persone che mettono le associazioni in una situazione di illegalità e a rischio di sanzioni?
Ma purtroppo oltre a questo c’è molto di più.
La Corte d’Appello ha annullato articoli che dimostrano come la vita federale non si svolga in condizioni di legalità e democrazia.
Sono stati annullati gli articoli sulla composizione dell’assemblea, sulla incompatibilità delle cariche. sulla trasparenza, sulla giustizia, sul modo di modificare lo statuto, sull’eleggibilità degli organi federali, sulla composizione degli organi territoriali etc.
Insomma tutti articoli che riguardano il cuore della vita federale. Possiamo ancora accettare di essere guidati in questo modo?
Possiamo ancora accettare che ogni forma di dissenso e di richiesta di legalità sia bollata come il male della federazione?
Possiamo ancora accettare che si vada in giro dicendo che i giudizi promossi dagli affiliati sono pretestuosi e infondati quando gli organi di giustizia nominati dal Consiglio federale gli hanno dato ragione respingendo tutte le difese della federazione?
Possiamo ancora accettare tutto questo? Io credo che il consiglio federale dovrebbe prendere atto dei propri gravissimi errori e dimettersi.  Solo così potrebbe dimostrare di avere a cuore gli interessi della federazione, cioè lasciando ad altri il compito di amministrare bene una federazione che è ormai allo sfascio.
Ezio RINALDI

mercoledì 13 novembre 2019

LA FIS ED I CT POLIZIOTTI/CARABINIERI: tutto regolare?

“Signor RINALDI, sono un assiduo lettore del Suo blog e resto anonimo: i motivi li può immaginare. Tempo fa, esattamente il 6 aprile 2019, ha pubblicato un articolo dal titolo “RISORSE UMANE MILITARI E PARA MILITARI: chi ci guadagna dal loro impiego?”, con il quale garbatamente ha spiegato come vengono utilizzate le risorse militari e dei gruppi sportivi in divisa. Non ha mai posto in evidenza quanto costano dette risorse alla FIS, quindi mi sono preso la briga di fare qualche indagine che, al pari di altri articoli ritenuti da Lei interessanti, spero voglia pubblicare.
La FIS ha scelto i CT olimpici e paralimpici tra i dipendenti della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri.
Almeno per i CT olimpici, sul sito governativo http://www.consulentipubblici.gov.it/ è possibile conoscere quanti emolumenti federali hanno dichiarato dal 2016 ad oggi.
Le cifre sono impressionanti. Il solo CT fioretto, il poliziotto Andrea Cipressa, ha dichiarato una media tra 110 mila e 100 mila euro all’anno.
La FIS è stata inserita da anni nella lista ISTA delle pubbliche amministrazioni.
Le pubbliche amministrazioni sono soggette alla valutazione della loro efficacia ed efficienza, nonché economicità.
Per la loro valutazione, si adottano degli indicatori. Questi sono strumenti in grado di mostrare (misurare) l’andamento di un fenomeno che si ritiene rappresentativo per l’analisi e sono utilizzati per monitorare o valutare il grado di successo, oppure l’adeguatezza delle attività implementate. Il giudizio di valutazione riguarda: a)  Valutazione over time (serie storiche); b) Valutazione cross section (es: benchmarking = confronto con le buone pratiche); c)  Valutazione di conformità (rispetto ad un target definito).
Le due principali dimensioni della valutazione sono appunto l'efficacia e l'efficienza. L'efficacia esterna è intesa come rapporto tra prodotti (output) e risultati (outcome), per cui valutare l'efficacia esterna significa analizzare le conseguenze della politica sul problema oggetto di intervento. L'efficacia interna è intesa come rapporto tra prodotti (output) e obiettivi dei promotori. L'efficienza è invece il rapporto tra risorse impiegate (input) e prodotti (output), per cui la sua valutazione implica l'analisi del processo tecnico-produttivo e della gestione dei fattori della produzione.
Vi sembra efficace e efficiente dare 100 mila euro l’anno a CT che è già pagato dallo Stato da dipendente pubblico ed è distaccato presso la FIS (quindi non è impiegato presso la propria amministrazione)?
A guadagnarci non è la Federazione, la quale potrebbe risparmiare almeno 200.000 € l’anno da destinare ad altri settori, né i corpi militari, i quali perdono delle risorse senza essere risarciti, ma sono esclusivamente detti CT, i quali percepiscono regolarmente il loro stipendio di poliziotto/carabiniere/militare senza prestare servizio. 
Signor RINALDI, una tale gestione grida allo scandalo, soprattutto in relazione alla perenne condizione di precarietà lavorativa in cui versa lo Stato Italiano: basti pensare alla situazione di Arcelor Mittal, dove migliaia di lavoratori rischiano fortemente il posto di lavoro, mentre la FIS permette l’elargizione di un doppio stipendio. Ammesso che le normative vigenti possano consentire un siffatto status, non Le sembra eticamente scorretto?
La saluto molto cordialmente
Anonimo, anonimo”
Come in altre circostanze, in presenza di un apporto significativo, sia pure in forma anonima, ad un tema assai sentito, pubblico volentieri in prima pagina il contributo pervenutomi.
Non mi sono mai volutamente addentrare nelle questioni economiche poiché le ritengo un territorio assai ostico. Sono stato un servitore dello Stato nell’Esercito Italiano per 45 anni ed ho prestato servizio presso il Centro sportivo Olimpico dell’Esercito, pertanto conosco la materia e, nonostante possa essere ostica, saprei come gestirla. Quando ero Consigliere federale chiesi al Presidente Scarso la Delega ai Gruppi Sportivi in divisa e non mi fu concessa: ero forse troppo preparato? Avrei potuto essere fastidioso? Non saprei dirlo. Però il risultato dell’indagine pone l’accento su una questione che merita una attenta analisi ed una profonda riflessione, anche alla luce del disavanzo del bilancio federale (qualora fosse vero).
Ezio RINALDI

lunedì 11 novembre 2019

FEDERSCHERMA 4.0 - I VALORI OLTRE LE MEDAGLIE


Quel che segue è la riflessione di un anonimo su Federscherma 4.0 – I valori oltre le medaglie. Ritenendo trattarsi di argomento assai interessante, sia per quanto espresso che per l’attualità dello stesso, la pubblicazione come articolo sia opportuna. Oserei dire un tema ed una esposizione interessante e chiara ed invito tutti i frequentatori della “Piazza” ad intervenire e partecipare al dibattito.

“Chi segue il sito www.federscherma.it saprà che di recente il Consiglio federale ha raccontato “l’azienda FIS” al suo workshop “FEDERSCHERMA 4.0 - I VALORI OLTRE LE MEDAGLIE”.
“Organizzazione 4.0” è diventato ormai un termine d’uso comune, ma non sempre è chiaro cosa vuol dire e forse non lo è soprattutto per questo Consiglio federale.
Il nome “4.0” deriva da un programma di investimenti varato dal governo tedesco nel 2013 per aumentare produttività e competitività delle proprie aziende. In seguito altri Paesi tra cui l’Italia hanno adottato politiche analoghe. Questo cambiamento a livello economico e sociale prende il nome di “Quarta rivoluzione industriale”.
Simboli del 4.0 sono diventati i robot e i “big data” (sistemi informatici in grado di gestire automaticamente grandi quantità di informazioni).
Dal 2013 la FIS ha attuato la “Quarta rivoluzione industriale”? Quali sono state le conseguenze in FIS delle nuove tecnologie? Sono mai entrate in FIS queste tecnologie?
Viceversa, se volessimo intendere le attività federali non come un’azienda ma come un “Terziario 4.0”, cosa è stato fatto da questo Consiglio federale?
La risposta è semplice: niente.
Il “4.0” significa trasformazione e ciò richiede un’attenzione e un’intelligenza politica economica, amministrativa e normativa senza precedenti, che si fa veramente fatica a trovarla nei processi decisionali della FIS.
Perché si possa prendere una decisione si devono tenere in considerazione diversi elementi, avere la capacità di analizzarli e come conseguenza ci devono essere almeno due alternative disponibili. Se invece si vuole sempre e soltanto intraprendere una sola azione, decisa dall’uomo solo al comando, non può esserci “decision making 4.0”, in quanto non c’è niente da decidere, ma da eseguire.
I fatti dimostrano che in FIS non c’è niente che possa ricondurci al “4.0”.
La prima, nella nostra esperienza, non c’è stato un aumento di efficienza. Non si sono ridotti infatti gli errori (ed i conseguenti sprechi di risorse) ed il fabbisogno federale continua ad aumentare. D’altra parte la FIS sta perdendo posizioni sui “mercati internazionali”, come dimostrano i Ranking/medaglieri di cadetti, giovani e assoluti, a fronte di un aumento di risorse messe in campo dallo Stato, in forma diretta o indiretta (si pensi al contributo dei Corpi dello Stato, del CONI e di Sport e Salute, nonché le tasse richieste a tesserati e affiliati);
la seconda, non c’è stata valorizzazione delle risorse umane. 
I quadri tecnici e dirigenziali, nonché i consulenti esterni federali, non sono scelti secondo criteri meritocratici, ma per appartenenza e fedeltà al padrone.
Le nomine effettuate in una mera logica di spartizione in assenza di meritocrazia, da male da combattere, sono diventate un valore da difendere e promuovere.
Invito alla discussione.
Doppelgänger 4.0”
Ezio RINALDI

venerdì 8 novembre 2019

FATEVENE UNA RAGIONE!


Ezio RINALDI
E’ invalsa l’abitudine, o l’usanza, di giustificare certe azioni o prese di posizione addossando ad altri le proprie responsabilità e purtroppo è un fenomeno sempre più in crescita.
Nel mondo scherma lo è ancora di più. Pur di restare attaccati alla poltrona o la paura di perderla fa si che gli individui trovino le scuse più fantasiose a giustificazione delle proprie scelte. Prendiamo ad esempio il rinnovo delle cariche elettive federali: dalla cerchia dei sostenitori dell’attuale Direttivo trapelano, e forse più che trapelare si asserisce, che il rinnovamento non possa passare dalle medesime persone che si siano avvicendate nella gestione federale centrale e periferica, ovvero, per dirla in maniera molto chiara, non possono essere i vari RINALDI, SEMINARA, MILLEVOLTE, AUGUGLIARO, BERTACCHINI, ORSINI, SCISCIOLO etc. poiché costoro sono il vecchio e qualcuno dice anche il male della scherma. Mentre su RINALDI ed AUGUGLIARO (direi più per questioni anagrafiche, poiché in quanto ad idee forse, con presunzione, siamo più avanti di tanti cosiddetti “giovani”) potrei essere d’accordo, non posso esserlo per gli altri, poiché è del tutto evidente che questi ultimi non siano personaggi appartenenti al passato. Anzi direi che ci abbiano messo la faccia, e qualcos’altro, per dare segnali di rinnovamento: persone degnissime che meritano tutto il rispetto di questo mondo. Chiaramente i contrari o, se volete, i favorevoli all’attuale establishment sanno bene che un cambio gestionale li vedrebbe fuori dalle stanze dei bottoni e ciò li preoccupa molto. Questi signori sono sordi a qualsiasi indicazione proveniente dalla base, convinti che questa stia dalla loro parte ed in virtù di tale convincimento palesano affermazioni del tipo:” Se per cambiamento vuol dire riportare a galla certi personaggi, mi tengo l’attuale governo.” Ecco, questo è il modo di scaricare le proprie responsabilità da parte di siffatti subalterni federali.
Come ebbi modo di affermare qualche tempo fa, non ci sarà mai un ritorno al passato e il RINALDI, unico sopravvissuto di un lontano trascorso non ha alcuna voglia di concorrere per una carica elettiva: FATEVENE UNA RAGIONE! Abbiate il coraggio delle vostre scelte, abbiate il coraggio di affermare ad alta voce che sostenete l’attuale governo, che volete Scarso ed il suo seguito. Nessuno ve ne farà una colpa, soprattutto se il convincimento sia in buona fede.
Ci sono Presidenti di comitati regionali, da parecchi anni in carica, da troppi, che oggi hanno voglia di arrivare al Consiglio federale, i quali ritengono di avere le qualità ed i numeri per soddisfare tale ambizione. Ebbene, questi signori o si candidano al Direttivo o vanno a casa poiché hanno alle spalle oltre 16 anni di governo regionale, per i quali non sarebbe più possibile ricandidarsi alla carica di Presidente di C.R..
Purtroppo per loro è la legge che imporrà il rinnovamento e mentre ci sarà qualche possibilità per alcuni per altri li attende la dolce casa e anche qui FATEVENE UNA RAGIONE!
Tanti, non sapendo come sostenere Scarso &co. rivolgono la loro attenzione sulla mia imparzialità, ovvero cercano in tutti i modi di farmi apparire come una persona poco credibile, ebbene pur rispettando il loro punto di vista tengo a precisare che un conto è dichiarare apertamente il proprio pensiero altro è la faziosità. Ho la presunzione di affermare che sono di parte, nel senso che sono fortemente favorevole al rinnovamento, ma non sono fazioso. Anche su questo FATEVENE UNA RAGIONE! Mai censurerò i miei detrattori. 
Infine auspico con tutto il cuore che alle prossime elezioni ci siano candidati nuovi, che nulla hanno a che vedere con il passato e con il presente: gente nuova e fresca, che abbia voglia di dare un taglio diverso è più adeguato ai tempi che viviamo, soprattutto che dia certezze all’intero movimento.

Ezio RINALDI

domenica 3 novembre 2019

IL CASO ERRIGO DOPO LA SENTENZA DEL TRIBUNALE FEDERALE

Sulla sentenza del Tribunale federale in merito alla questione ERRIGO, l’avvocato BONSIGNORE,  atleta Master,  sulla sua pagina facebook ha pubblicato una attenta valutazione sul provvedimento emesso, meritevole di attenzione. Dopo il relativo consenso dell'autore, la riporto cosi come pubblicata sulla piattaforma.
Ezio RINALDI
avv. Riccardo BONSIGNORE ZANGHI
"Analizziamo la sentenza Errigo (decisione n. 5 del Tribunale Federale che troverete facilmente scaricandola da sito della FIS) al netto delle questioni procedurali sulla inammissibilità (questione pregiudiziale dirimente che non ha impedito però al tribunale di entrare ugualmente nel merito).
"Deve essere riconosciuto il diritto dell'atleta a partecipare a più specialità (armi) in mancanza di espresso divieto", esordisce la sentenza.
Un principio chiaro a tutti e cristallino che sembrerebbe chiudere la questione, ma.....
Ma siamo in Italia e quindi c'è l'inghippo che provo a sintetizzare e che si configura nei seguenti termini.
Leggendo la sentenza chiunque penserebbe che se il bravissimo schermidore merita, avrebbe diritto a farsi le qualifiche di Coppa del Mondo che, come tutti sanno, sono finalizzate a entrare in squadra per disputare mondiali e olimpiadi.
Che bello, finalmente una sentenza che premia la meritocrazia: un atleta ai vertici del ranking in due armi può realizzare il doppio sogno mondiale e olimpico, come Nedo Nadi!
Ma ecco la “fregatura” che spegne subito l'entusiasmo iniziale.
Il CT, afferma la sentenza, ha pieni poteri discrezionali e può lasciare a casa chiunque vietandogli anche di partecipare alle predette prove di Coppa a spese proprie pure se il/la nostro aspirante Nedo Nadi sia ai vertici del ranking nazionale e addirittura pure se abbia scelto di competere in un’arma sola (vedi ad es. il recente caso Tagliariol).
La sentenza quindi parla di diritti dell'atleta che però sono soggetti alla "discrezionalità" del CT che con valutazioni personali, non oggettive e di cui non deve rendere conto a nessuno, come una sorta di imperatore romano, può incidere in modo definitivo sulla vita agonistica dello schermitore/schermitrice di livello nazionale.
Il CT infatti, dice la sentenza, non ha affatto il compito di premiare coloro che abbiano ottenuto i migliori risultati sportivi (e ovviamente mettendoli prima nelle condizioni di ottenerli) intervenendo solo a ragion veduta in modo oggettivo e solo in presenza di comprovati e giustificati motivi, ma può tenere presenti cose tipo "lo stato di forma, la compatibilità caratteriale, l'equilibrio dell'ambiente" perseguendo non già il fine concreto di mettere chi vale nelle migliori condizioni per esprimersi e conquistare un posto in squadra in forza dei risultati (meritocrazia), ma il fine astratto di "ottenere i risultati migliori per la federazione": la differenza non è di poco conto perchè al centro non c'è il valore dell'atleta, ci sono le aspirazioni della Federazione.
Questo potere "discrezionale" del CT è talmente invasivo e ampio che può disinvoltamente impedire all'ateta ai vertici del ranking nazionale perfino di prendere parte alle prove di Coppa del mondo, in definitiva, impedendogli di ottenere quei migliori risultati sportivi rispetto alla concorrenza che dovrebbero legittimarlo alla qualifica olimpica o alla convocazione ai mondiali.
Tornando a bomba, la sentenza corregge subito le premesse affermando che il bellissimo principio di diritto espresso in realtà non è valido: l'atleta non ha nessun diritto tout court di competere in più armi in quanto questo diritto può essere vulnerato dalla Federazione per mezzo del proprio CT titolare di "discrezionalità".
Peccato però che la discrezionalità sia la facoltà di libera azione e decisione ma entro i limiti generali fissati dalla legge e non la libertà di fare ciò che si vuole!
Se il CT lascia a casa uno che ha vinto le olimpiadi ed è n. 4 del ranking per portare il n. 12 che può perdere anche con un master perchè il n. 4 ha un brutto carattere, questa non è discrezionalità, è sconfinamento nel campo del diritto libero dove ciascuno fa come gli pare e diventa in definitiva abuso del diritto.
In buona sintesi, non sussiste nessun divieto a competere in due armi a livello internazionale, ma anche no se il CT si sveglia male avendo il potere di escludere chi voglia senza dovere dare troppe spiegazioni.
E' la "discrezionalità" dei singoli secondo la sentenza n. 5/2019 che prevale sul diritto, signori miei.
Alla fine della fiera questa sentenza dopo un magnifico giro di parole afferma l'esistenza di un principio di diritto e contemporaneamente la sua fine avendo in definitiva negato il diritto di fare competere in due armi l'aspirante Nedo Nadi pur in mancanza di norma che lo sancisca.
La Sibilla Cumana non avrebbe saputo fare di meglio!
avv. Riccardo Bonsignore Zanghi"


mercoledì 30 ottobre 2019

CASO ERRIGO: la decisione del Tribunale federale.


Arianna ERRIGO
Mercoledì 5 giugno 2019 pubblicai un articolo inerente il ricorso di Arianna ERRIGO al TAS di Losanna, con il quale la campionessa di fioretto voleva essere riconosciuto il diritto a partecipare alle gare di coppa del mondo in due specialità, ovvero nel fioretto e nella sciabola femminile. Ne è nata una forte controversia con la FIS, che ha visto la fuoriclasse sostenere le sue argomentazioni sulla base dei risultati conseguiti, soprattutto nella sciabola, dove nel ranking internazionale risulta 45^ ma 4^ delle italiane. Il TAS si dichiarò incompetente respingendo di fatto il ricorso.  La ERRIGO ha così adito il Tribunale Federale, il quale nelle sue valutazioni premette che “ non sussiste alcuna norma che preveda in generale l’impossibilità per un atleta, tesserato per la Federazione Italiana Scherma, di partecipare alle gare in più discipline e non può, quindi essere imposta la scelta di una sola disciplina in cui concorrere per la qualificazione olimpica.
Deve essere, quindi, riconosciuto il diritto di un atleta a partecipare alle competizioni in più specialità.
Il Tribunale spiega anche che in presenza di gare in contemporanea, soprattutto in manifestazioni come campionati Europei, mondiali e olimpiadi una scelta è d’obbligo e quindi la federazione ha il diritto di stabilire, sulla base di valutazioni dei risultati conseguiti, in quale specialità far gareggiare i propri atleti, infatti nelle proprie motivazioni afferma: “Non può, dunque, essere affermato tout court il “Diritto di un atleta, in forza dei risultati raggiunti, di essere convocato in più discipline nelle gare di qualificazione olimpica”, dipendendo la “convocazione” anche da valutazioni discrezionali.”
Il Tribunale, fatte tutte le premese, ha rigettato il ricorso per inamissibilità poiché presentato oltre il termine stabilito.
Al di là delle considerazioni che si possono fare su tutta la vicenda, pro o contro la linea federale, la decisione assunta pone in evidenza la inesistenza di precise norme sul problema, ovvero nulla che possa impedire ad una atleta di cimentarsi in tutte le armi/specialità della scherma. Parimenti al cospetto di un calendario gare che preveda la contemporaneità di svolgimento di alcune specialità nello stesso giorno ed in particolare in manifestazioni quali Campionati Europei, Mondiali e Olimpiadi, precisa che la FIS ha il diritto di stabilire, in aderenza ai risultati conseguiti, in quale specialità far gareggiare i propri atleti. Questo è il punto, se la ERRIGO conseguisse il pass olimpico in entrambe le specialità in cui desidera cimentarsi e le stesse si svolgessero nel medesimo giorno, la scelta andrebbe fatta in tempo utile per programmare una proficua preparazione all’evento. Credo che su questo la stessa ERRIGO sarebbe d’accordo nel dover scegliere per tempo in quale specialità gareggiare. Al momento, però, tale situazione non si è ancora verificata.
La decisione è stata condivisa e scritta dall’avv. Joele PICCININO, atleta master e componente del Tribunale federale nonché, a quanto pare, prossima candidata al consiglio federale. 
Ezio RINALDI

domenica 27 ottobre 2019

IL SONDAGGIO: Cosa ha detto?

Cari frequentatori, come annunciato, con l’inizio della giornata odierna ha avuto termine il sondaggio sulle preferenze circa il candidato alla Presidenza FIS. Di seguito i risultati ed una breve analisi.
Hanno espresso la loro opinione n.138 persone che così si sono pronunciate:
ARPINO Marco                                 47,1% preferenze n. 65;
DE BARTOLOMEO Vincenzo         21,7% preferenze n. 30;
MAFFEI Michele                              16,7% preferenze n. 23;
SCISCIOLO Marcello                       05,1% preferenze n. 07;
SCARSO Giorgio                              03,6% preferenze n. 05;
VEZZALI Valentina                          02,2% preferenze n. 03;
AZZI  Paolo                                       02,2% preferenze n. 03
PASTORE Gianpietro                        01,4% preferenze n. 02.
Avrete certamente notato che tra gli attori messi a sondaggio n. 5 sono componenti facenti parte dell’attuale Consiglio; n. 2 sono la eventuale nuova proposta e n. 1 assolutamente indipendente. I 5 dell’attuale consiglio insieme (chiamiamola coalizione in carica, sono quelli maggiormente accreditati per una eventuale elezione alla presidenza) raggiungono una percentuale pari al 31,1% della quale 21,7% conseguita dal solo De Bartolomeo. E qui già si possono fare due riflessioni, la prima è che AZZI non avrebbe seguito, smentendo le scelte del Presidente; la seconda è che il consigliere De Bartolomeo sia il più accreditato, più ancora di Vezzali. La percentuale del 31,1% è ben lontana dal 47.1 raggiunta da Arpino, alla quale va aggiunto il 5,1 di Scisciolo e che insieme raggiungono il 52,2%. Un’altra riflessione va fatta su Maffei, il quale senza aver mai dato la disponibilità ad una eventuale candidatura ed è stato inserito nel sondaggio solo perché qualcuno ha fatto il suo nome, ha raggiunto il 16,7%. A mio avviso una percentuale molto alta. Se chi ha preferito Maffei dovesse esprimersi per la coalizione governativa comunque questa non raggiungerebbe il 50%, per l’esattezza il 47,8, riuscirebbe quindi a superare il solo Arpino dello 07%. Ma se, come Io credo, il 16,7% dovesse spostarsi verso Arpino e Scisciolo ci sarebbe una percentuale del 68,9%, che gradirebbe un vero cambiamento, non solo al vertice ma anche nella componente consiliare.
Qualcuno potrebbe dire che il sondaggio non abbia offerto sufficienti garanzie di serietà e credibilità, supposto smentito clamorosamente dal risultato conseguito sia da De Bartolomeo che da Maffei. Però sono d’accordo con chi afferma che i sondaggi non siano veicoli di verità assolute, però non v’è alcun dubbio che siano, in qualche modo, indicatori di opinioni basati su una ricerca ed elaborazione di dati statistici di un gruppo di persone, relativo ad un dato argomento. Ed è quello che è successo con quello indetto sulla “Piazza”. Ne voglia prendere atto Scarso ed il suo Consiglio.
Dato il successo ottenuto, credo che in futuro ne potranno essere indetti altri su argomenti di particolare interesse per il movimento, intanto ringrazio quanti vi hanno partecipato.
Ezio RINALDI