giovedì 3 ottobre 2013

LA FUGA DEI TECNICI

Dal Corriere dello Sport di martedì 1 ottobre riporto la notizia riguardante l’emigrazione dei tecnici/maestri di scherma verso altre nazioni.
 
Come afferma il Presidente Scarso, i nostri tecnici sono ambite prede all’estero: lo sono per quelle nazioni tradizionalmente molto forti (Russia – Germania – Giappone- Svizzera) e ancor più per quelle che intendono investire per la crescita del loro movimento.
Chi ha fatto dell’insegnamento schermistico una scelta professionale deve cercare di ottenere le migliori condizioni economiche e se queste arrivano dall’estero non v’è dubbio che l'emigrazione diventi un fatto normale. Chi rimane ha già un lavoro stabile, che gli consente di dedicarsi all’insegnamento senza lo stress di una precarietà diventata ormai a tempo indeterminato. Ma in Italia abbiamo fatto tutto il necessario per evitare tale situazione? Non credo.

Le cose che mi vengono in mente sono: contributo per attività magistrale, ovvero un fondo pensionistico; prevedere interventi economici a favore dei tutor che seguono la preparazione degli allievi Istruttori e Maestri;  revisionare le modalità di assegnazione dei contributi economici destinati alle Società, favorendo principalmente coloro che intrattengono un rapporto di lavoro con regolare contratto di assunzione; Nell’ambito della Convenzione CONI/FF:AA, riordinare le relazioni con i tecnici militari.

Tutto ciò darebbe certezze e stabilità collaborativa, favorendo così la crescita del movimento e l’inizio di un nuovo percorso, finalizzato a trattene i nostri migliori tecnici.

E’ solo il mio pensiero, non ha alcunché di pretenzioso ma vuole essere uno spunto per riflettere.

Ezio RINALDI

1 commento:

  1. L'analisi di vedere solo il "tecnico" che se ne va a fare più forte una nazionale straniera l'ho, da sempre, trovata molto superficiale. Per certi versi anche strumentale, un modo per auto-assolversi con una giustificazione quasi kafkiana : "loro danno quei soldi che noi non potremmo mai dare".
    Leggendo tra le righe dell'intervista, con l'occhio di chi vuole cercare motivazioni, e non scuse, si può intuire il vero disagio che ha portato un grande Maestro italiano a scegliere l'estremo oriente come prossima meta professionale (e di vita).
    In Italia manca la cultura, c'è poco da fare. Nel paese del Grande Fratello e di Moreno come si può pretendere che uno scienziato dello sport venga percepito come un professionista? Tutto viene solo, ed esclusivamente, misurato sul criterio dei risultato. Se ne fai sei bravo, se ne fai di meno non vali niente. Ma il bagaglio di conoscenze dove lo mettiamo?
    Avere un campione è una fortuna. Sapere insegnare una professione. La prima può capitare a chiunque, la seconda è una qualità che non tutti posseggono, ma in Italia non trova nessun riscontro.
    Non voglio scendere sempre nella retorica delle conoscenze, dell'essere ruffiani come prima qualità per sopravvivere e fare carriera in questa società. Cose per altro che sono dati di fatto certificati da ricerche, e sentenze, non certo illazioni.
    Ma guardiamoci noi, prima di cercare la pagliuzza nell'occhio del vicino. Siamo noi stessi incapaci di proporci come professionisti, preferiamo farci maltrattare, restare divisi, mandare sempre avanti qualcun'altro per essere poi pronti a correre in soccorso del vincitore. Questa è mancanza di cultura, ma proprio di quella spicciola.
    Nel futuro, che vedo abbastanza grigio per questo paese, ci saranno bravi e giovani tecnici che cominceranno ad emigrare per altri lidi, Ma non per stipendi da capogiro, come quelli dei tecnici affermati che sono fuoriusciti in quest'ultimo anno, ma per situazioni ben più misere. Per uno stipendio da 1.200 euro al mese, che però garantisca futuro, stabilità, pensione e previdenza sociale. Che possa permettere di mettere su famiglia, insomma che regali un piccola futuro, anche modesto ma certo.
    Tra qualche tempo, viaggiando magari per qualche meta esotica tipo Dubai o Nuova Zelanda, invece dell'attempato maestro russo cominceremo ad incontrare qualche giovane italiano, fuggito da un paese dove lo vedevano solo come uno scansafatiche che invece di lavorare in fabbrica (ma quale?? licenziano e chiudono tutte) giocava a fare Zorro, come i bambini.

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