venerdì 29 settembre 2017

Ci ha lasciato Antonio SPALLINO

Nella notte del 28 settembre, un grande campione di scherma e di vita ci ha lasciati. Antonio Spallino, comasco, classe 1925, era nato il 1° aprile e tracciare un profilo di quest’uomo è di notevole difficoltà, non di certo per la chiarezza della sua vita, che fu estesa, quanto per la sua ricchezza.
Quando lo incrociai telefonicamente per alcune delucidazioni e perché avrei voluto incontrarlo, mi parve uomo veramente nobile e oltremodo riservato, al limite della timidezza. Ne ebbi soggezione ed esitai nel proseguire l’approfondimento. Mi disse chiaramente: “ho scritto un libro sulla mia vita schermistica, non vedo cosa dovrei aggiungere di più”. Aveva ragione. Il suo libro l’avevo letto e come autobiografia è talmente equilibrata e ben scritta che sarebbe stato ingiusto aggiungere altro. E per certi versi conoscere altro di quanto ebbe a raccontare e senza porsi il problema di avere i peli sulla lingua poteva risultare anche antipatico, oltre che inutile.
Cominciò la sua vita sportiva a scopo terapeutico, prima con il canottaggio, poi con la scherma, dopo che il padre gli fece realizzare una pedana di legno che posizionarono nello scantinato di casa. Il maestro fu un amico schermitore della Comense, che non era maestro, tale Gottardo Arrighi, un buonissimo fiorettista che lo impostò per un breve periodo, prima che varcasse poi la soglia della Comense qualche anno dopo, divenendo allievo del maestro napoletano Giuseppe Pisani di Castagneto. Questi gli fu maestro di vita e di scherma e fatalmente si trovò molto a suo agio in tutti i sensi, lasciandogli oltre che l’impronta schermistica che lo avrebbe reso campione, anche l’eredità morale che ci inorgoglisce di ripetere assieme: “Ricordati che in pedana, a differenza di ciò che può accadere nella vita quotidiana, non potrai dissimulare nulla; sarai soltanto e tutto te stesso”. Parole sante.
Passata la guerra dove fu volontario in Abissinia, riprese l’attività sportiva, sempre aumentando in bravura, con il grande piacere di “fare lezione” che lo aveva strutturato non solo nelle capacità, ma anche nello stile, che oggi chiameremmo estetica, ma che allora era il tratto distintivo della scuola di una intera nazione. Cosa che si porterà dietro per tutta la vita, in quanto fu sempre uomo di stile umano e professionale impareggiabile.
Nel suo enorme palmarès, citerò solo il bronzo di Helsinki nel 1952 e l’oro a squadre nel fioretto di Melbourne nel 1956, unito al bronzo nell’individuale, che lo pone fra i più importanti fiorettisti di tutti i tempi, infatti le medaglie mondiali sono 6, delle quali tre d’oro, tutte conquistate nelle prove a squadre.
Fu importante avvocato, ma anche politico, dove si distinse per equilibrio e capacità, sempre ci piace  ripeterlo con uno stile inconfondibile. Non solo fu sindaco della sua città dal 1970 al 1985, ma anche commissario straordinario per il disastro di Seveso e l’allarme diossina. Non fu facile, ma dobbiamo a lui l’essere stato presente con la maturità di un uomo degno di risolvere problematiche gravissime.
Il suo testamento sportivo, lo ha scritto lui nel suo “Una frase d’armi” (ed. La vita felice – Milano 1997) che non è solo una sorta di memoria, ma anche un opera letteraria dalla impaginazione straordinaria, intrisa di notizie, aneddoti, frasi, aforismi efficaci e immagini, la maggior parte di queste estratte dai numerosi trattati di scherma che lui stesso collezionava la cui entità speriamo un giorno di conoscere e di consultare.

Quello della scherma è un addio solenne, a un nobile fiorettista.
Fabrizio ORSINI

1 commento:

  1. Un altro BEL pezzo di storia della grande scherma che se ne va.
    Mio padre lo conosceva bene, per aver tirato con lui.
    Sentite condoglianze alla famiglia, anche da parte di Pietro Fardella.
    Gaspare Fardella

    RispondiElimina