domenica 18 ottobre 2020

LA FEDERAZIONE MILITARIZZATA

M° Alberto COLTORTI
Che i gruppi sportivi militari costituiscano un bene prezioso per lo sport italiano è più che certo. Penso, inoltre, che gran parte dei successi e dell’eccellenza della scherma italiana in ambito internazionale sia riconducibile al sostanzioso aiuto che lo Stato, in aggiunta al CONI, offre al nostro mondo attraverso i gruppi sportivi militari e paramilitari. Oggi annoveriamo Esercito, Carabinieri (che hanno inglobato la Guardia Forestale), Aeronautica Militare, Guardia di Finanza, Polizia dello Stato, Polizia Penitenziaria, Vigili del Fuoco che concedono uno stipendio a circa centotrenta atleti della scherma italiana e la possibilità, nel futuro, di avere un posto di lavoro, in cambio di un’attività sportiva semiprofessionistica e professionale. Questo modello è tipicamente italiano e penso che, almeno nelle dimensioni, non sia adottato da alcuna altra nazione.

Questi atleti, per la peculiarità della scherma e, penso, per un compromesso politico - sportivo, hanno la possibilità di crescere ed allenarsi nelle società da cui sono stati formati. Contrariamente ad altre discipline, che concentrano gli atleti militari nei loro centri sportivi provvedendo direttamente alla loro formazione e addestramento, nella scherma i ragazzi, se lo ritengono opportuno, possono rimanere a casa avviando un circolo virtuoso che propaganda, sostiene e incentiva lo sport nel luogo in cui si sono formati, ottenendone allo stesso tempo vantaggi, almeno in termini di tranquillità psicologica. In tal modo le società sparse nel territorio nazionale sono incoraggiate a individuare e formare i talenti, facendo leva sulla passione e sul riconoscimento, soprattutto morale, di chi vi lavora.

L’avvento del presidente Scarso, soldato dell’esercito in pensione, a capo della nostra federazione ha sbilanciato il sistema riconoscendo sempre più ruoli apicali e privilegi a coloro che provengono dalla schiera militare. Per sottolineare quest’affermazione mi piace elencare i seguenti, incontrovertibili fenomeni.

Come a capo della FIS c’è il militare Scarso, così a capo dell’Associazione Italiana Maestri di Scherma c’è il militare Crisci al quale, con un patto di ferro e cercando di ridimensionare l’Accademia Nazionale di Scherma, è stata offerta la “formazione” dei futuri insegnanti affidandogli l’organizzazione dei corsi omonimi. Oggi si vocifera che il militare in pensione Saveri Crisci abdicherà la presidenza dell’associazione  a favore di un altro commilitone romano (da qui forse il disagio manifestato da Lauria?). 

Nel ruolo di Commissario Tecnico per tutte e sei le specialità, tre olimpiche e tre paralimpiche, troviamo altrettanti militari o a rappresentanti di corpi dello stato. Anche laddove è prevista la figura di un vice o di un coordinatore degli under 20 si parla il linguaggio militare, così come nel caso di  numerosi maestri facenti parte dello staff della nazionale, molti dei quali risultano distaccati cumulando lo stipendio dello stato, i proventi derivanti da attività e contratti federali e, come se non bastasse, quelli di società sportive civili che li annoverano, convenientemente, tra i loro collaboratori. Sembra che la condizione “sine qua non” per certificare tali funzioni, indipendentemente dal curriculum e dai meriti, sia la provenienza dai gruppi sportivi dei sodalizi militari e paramilitari. Tutto ciò muove spontaneamente alcuni quesiti, primo fra tutti quello che riguarda i conflitti d’interesse su cui, del resto, sembra oggi reggersi la nostra federazione. Ma un commissario d’arma o un soggetto preposto alla selezione degli atleti non potrebbe essere influenzato dalla sua origine militare nel preferire un atleta in base all’appartenenza a una specifica arma? O peggio non potrebbe selezionare e favorire gli atleti che allena nella società civile con cui collabora? Ancora ho visto militari distaccati seguire a bordo pedana atleti stranieri che sono da loro allenati nella società civile ma mi hanno risposto che nel tempo libero ognuno è padrone di fare ciò che vuole. Mi chiedo, ancora, se i soggetti militari siano sottoposti a vincoli che limitino attività lavorative diverse e se le norme dello stato vengano realmente applicate. Sinceramente mi sembra che oggi si stia creando una sperequazione tra civili e militari pericolosa per il futuro della scherma.

Ancora, da voci di corridoio, sembra che nella lista dei futuri candidati a sostegno del presidente Azzi si voglia proporre quale rappresentante dei maestri un’atleta plurimedagliata, oggi tecnico della nazionale, naturalmente arruolata. Altrettanto, al maschile, dicasi per uno dei due delegati tra gli atleti. Quindi altri due militari a infoltire le schiere dei consiglieri quando il nostro variopinto mondo, sia tra gli insegnanti che tra gli atleti, è rappresentato per grande maggioranza da civili. Mi chiedo, a questo proposito, se tali ipotetici candidati, già atleti osannati, avranno a cuore tematiche che probabilmente avvertono poco per la loro condizione di privilegio e se effettivamente rappresenteranno le istanze della base: inquadramento professionale per i tecnici (rivendicazioni economiche, professionali, previdenziali, normative in genere) e organizzazione delle attività di atleti e società (calendari, luoghi di gara, ranking, regole di selezione, nomine di commissari d’arma e così via).

In questa disamina, per rafforzare il concetto della militarizzazione, mi piace ricordare un episodio in cui fu violata, in maniera esplicita e incontrovertibile, la regola che disciplinava la partecipazione alle gare. Nei campionati italiani assoluti a squadre di sciabola femminile del 2015, vinti dalla compagine delle Fiamme Gialle, la stessa annoverava nel quartetto Beatrice Monaco, atleta che aveva già partecipato al campionato di A2, sciabola a squadre, con il CUS Siena, in contrasto a quanto sancito dal regolamento. Le persone che scoprirono e segnalarono l’errore, anche in relazione al loro ruolo nella commissione “Attività agonistica e ranking”, naturalmente non retribuito, furono Alessandro Tosoni e Giovanni Rapisardi. Avendo essi sottolineato più volte e “sconvenientemente” lo sbaglio, vennero destituiti a stretto giro con la giustificazione di un ridimensionamento del gruppo di lavoro al fine di ridurne i costi di funzionamento.

Quest’intervento vorrebbe stimolare una riflessione del nuovo o del vecchio che verrà, di coloro che saranno chiamati a esprimersi alle urne, a livello locale e nazionale. Mi piacerebbe vedere uno Stato che aiuti lo sport, che attraverso  militari e paramilitari offra la tranquillità agli atleti meritevoli di allenarsi come professionisti. Quello che vorrei respingere è un sistema di privilegi che discrimini società e maestri civili, che chiudendo le strade induca molti giovani colleghi a soddisfare le proprie ambizioni lavorative all’estero. Mi piacerebbe ancora, ma sono le considerazioni di un illuso, di un ingenuo, che nel nostro microcosmo la gente comici nuovamente a scandalizzarsi, ad indignarsi, a denunciare il malcostume e a ridimensionare la federazione dei marescialli.

Alberto COLTORTI

7 commenti:

  1. Quello che più rimprovero a questo ultimo direttivo federale, è il fatto non di avere al suo interno un rappresentante vero della base. Un presidente o maestro che abbia fatto della scherma la sua vita professionale, e che non abbia altri stipendi. Questo avrebbe certamente evitato tanti errori, più o meno clamorosi, a cominciare da questa assurda diatriba con l'Accademia Nazionale di Scherma, e magari anche ridotto l'influenza di certe sacche di pensiero. Nei nomi che circolano adesso, tra gli aspiranti alla nuova investitura ed alla riconferma, non trovo nessuno a rappresentare queste società di base, cioè la spina dorsale della federazione. Ancora una volta delegheremo il nostro futuro stipendio a chi ha lo stipendio garantito da un altro lavoro o dallo stato? Saremo ancora una volta così deboli di pensiero da accodarci al casting del più social? Io mi auguro di no. Corre voce che tra coloro che aspirano a rappresentare i tecnici in consiglio ci sia il Maestro Massimo Bernacchini, il fondatore della società Koala di Reggio Emilia. uno che l'ha tirata su partendo da uno stipendio sicuro, ma usandolo per investire sulla sua attività, che oggi ha diversi dipendenti tra gli istruttori che fanno solo scherma. Io lo sosterrò, se concretizzerà questa volontà, perchè mi sento rappresentato da qualcuno che ha avuto un percorso professione simile al mio, e che sa quanto sia importante non solo attirare nuovi iscritti, ma creare poi una attività che non li costringa a smettere entro 2 anni.

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  2. Complimenti Alberto per l'analisi che hai fatto. Condivido forma e sostanza delle obiezioni che hai mosso

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  3. Grazie per la menzione, caro Alberto, della mia brutta abitudine di pensare e dell'ancora più brutta di dire ad alta voce quello che penso: ci casco ogni volta, e ogni volta il risultato è che non ne vale assolutamente la pena. Visto che ci sono, mi permetto di dissentire con te riguardo al fatto che i gruppi sportivi militari costituiscono un bene prezioso per lo sport. Un militare dovrebbe essere pagato per fare il militare e lo sport deve servirgli soltanto come allenamento per far meglio il suo lavoro, che consiste anche nel correre, saltare, nuotare, sciare, sparare, lottare, ecc. (usare la spada serviva cent'anni fa, adesso non più), ma non consiste nel fare gare sportive, tipica espressione di divertimento e tempo libero. Inoltre, perché dovrebbero esserci sport finanziati da denaro pubblico e sport privi di tali finanziamenti? O tutti, o nessuno! Se ci sono sport che sono riusciti a creare un successo di praticanti e di pubblico tale da diventare economicamente autosufficienti o addirittura ricchi, buon per loro, ma non vedo perché si dovrebbe continuare a buttar via quattrini pubblici per sport che non sono capaci di mantenersi con le sole loro forze. Il bene della scherma sarebbe, a mio modesto avviso, che si arrangiasse da sola, che si trovasse pure ad un passo dalla fine, perché solo in risposta alla fine c'è l'evoluzione... niente... era solo un pensiero... in fondo, sei tu che mi hai insegnato la filosofia, tutta partenopea, del "chemmenefuott'amme, chimm'ofafa!" Un caro saluto. Giovanni

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  4. Caro Giovanni, penso che valga sempre la pena esprimersi, non tanto per i risultati immediati quanto per dare voce alla parte più autentica di se stessi e per fare esercizio di quella libertà e democrazia che, per fortuna, possiamo ancora esternare.
    Idealmente ti dò ragione. Quand'ero un giovane schermidore ventenne gli atleti militari pagati dallo stato erano un gruppo sparuto (solo carabinieri e, nella scherma, non più di quattro o cinque). Per quelli non al vertice l'arruolamento dava il privilegio di poter svolgere un servizio militare in condizioni migliori. Il "distacco" c'era anche allora e riguardava gli insegnanti che dovevano scegliere tra lo stipendio dello stato e i proventi della FIS non potendo cumulare entrambi. Oggi i numeri e le condizioni sono più o meno quelle che ho descritto. Si potrebbe parlare di "sport di stato" o di "sport drogato" soprattutto da parte di nazioni con noi concorrenti. Si potrebbe dire che in condizioni di deficit e di debito dello stato, quale quello cumulato dal nostro popolo, i numeri presentati siano spropositati e indecenti ma mi avventurerei in un campo minato in cui, per ignoranza, non saprei orientarmi.
    Ciò che ho voluto sottolineare con il mio discorso è l'indecenza del conflitto d'interesse, la competizione sleale tra atleti e maestri civili e militari, la deriva militaresca avviata e sostenuta dal nostro massimo rappresentante. Come ha sottolineato Paolo Cuccu mi piacerebbe far capire come le prossime elezioni presentino il rischio di una ulteriore militarizzazione e di dare il mandato a chi, dalla sua posizione privilegiata, non ha un vissuto le problematiche di costruire e avviare una società sportiva, non affronta le incognite di svolgere una professione che non viene riconosciuta in quanto tale, non si oppone a una dirigenza che considera il maestro di scherma un dilettante.
    Lasciamo agli ignoranti, ai non illuminati, ai non colti, il menefreghismo del chi me lo fa fare e che importa a me oppure la meschinità di vendersi per un piatto di lenticchie (convocazione, rullo, apparecchio, ecc...).

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  5. Caro Alberto come hai detto questa è una tradizione molto antica e tipica dell’Italia ed è, nei fatti, un sostegno diretto dello Stato alle attività sportive, che ha una storia molto lunga e caratteristiche molto particolari. A volte, come in questo tuo articolo, questa tradizione viene criticata, con l’argomento che lo Stato non dovrebbe fornire uno stipendio unicamente per praticare un’attività sportiva: agli atleti coinvolti è stato allora dato il nome, dalla connotazione negativa, di “atleti di Stato”, richiamando i gruppi sportivi attivamente sostenuti dagli stati comunisti durante la Guerra fredda (Unione Sovietica, Germania dell’Est),o perché i CT provengano da corpi dello stato, eccetera eccetera . Io sono tra quelli che sostengono invece che senza questo tipo di sostegno negli sport cosiddetti “minori” molti atleti validi incontrerebbero grandi difficoltà nel trovare il tempo di allenarsi e prepararsi degnamente alle competizioni internazionali.
    Oggi come non mai, in quest Italia qua, mi terrei stretto questo "compromesso", per continuare a dare ai nostri ragazzi le chance che meritano, a livello sportivo-agonistico, e la possibilità di guadagnarsi uno stipendio. A noi, che siamo le "tute blu" di questa grande fabbrica, tocca mandare avanti la catena di montaggio. Per la rivoluzione credo che non ci siano ancora le condizioni....
    Un abbraccio.
    M °Alessandro Rubino

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  6. Caro Alessandro, nell'articolo non ho voluto criticare il sostegno indiretto dello Stato allo sport, anzi ho cercato di coglierne gli aspetti positivi. In questo campo il consiglio direttivo federale penso che accetti e ringrazi senza poter interferire più di tanto. Altre sono le mie personali opinioni sul sistema ma andrei a toccare genericamente temi e meccanismi in cui non sono competente e che lascio di buon grado ai politici a cui ho dato fiducia.
    Il mio articolo è centrato sulla politica federale, a mio modo di vedere scellerata e poco lungimirante che, invece di stimolare collaborazione, è volta a creare una sperequazione, una concorrenza sleale tra civili e militari che è e sarà foriera di squilibri e guasti. Al proposito ho descritto la situazione reale.
    Inoltre, poiché cominciano a circolare nomi di candidati a capo di un'AIMS che ha perso molte delle sue prerogative di assistenza ai maestri, e quali rappresentanti di maestri e atleti nel consiglio federale, mi sono interrogato sulla reale intenzione e capacità di persone privilegiate da un altro lavoro (in questo caso militari dello Stato), che fornisce loro pensione e tranquillità economica, di interessarsi alla grande maggioranza dei maestri civili e a quelli che come me hanno deciso d'intraprendere una professione che viene considerata dilettantismo.
    La rivoluzione si fa giorno dopo giorno, con l'intelligenza, le idee e con la dignità, con il rifiutare la logica dell'"aiutami ad aiutarti".

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  7. Sono completamente in linea con Giovanni Rapisardi. Oltretutto, se guardassimo (come sarebbe doveroso) la cosa dal punto di vista dei militari e dei poliziotti (veri), rimarremmo ancor più sconcertati. Un poliziotto vero, ad es., presta servizio, in genere, a centinaia di km dal luogo cove è nato e cresciuto. Se "fa ordine pubblico", va in piazza a dare e ricevere manganellate, passa intere giornate in piedi, riceve sampietrini sul corpo, indossa casco, visiera e scudo, rischia l'incolumità, se non la pelle. Se fa parte del nucleo catturandi, si alza alle 4 del mattino, passa intere giornate in appostamento, rischia di essere sparato ecc. Se fa parte delle pattuglie automontate, deve intervenire "al volo" in caso di reati flagranti, è coinvolto in conflitti a fuoco, risse e cose simili. Se appartiene alla polizia giudiziaria, svolge indagini, esegue perquisizioni, arresti e via dicendo, poi va in tribunale a testimoniare, si sottopone ad esame e controesame, è a disposizione del PM, senza orari, senza sabati e domeniche. Ebbene, costui prende lo stesso stipendio del suo "gemello" schermitore, pagato per fare una cosa che lo diverte (la scherma) in un ambiente un po' più confortevole di quello nel quale opera il suo collega "vero", partecipa a gare, allenamenti, riunioni in ameni paesi dell'Appennino, va all'estero per gareggiare ecc. Che cosa penserà il poliziotto vero? Forse non è corretto chiamarlo sport di Stato (per quanto ... ) ma aiuti di Stato certamente si perchè sconvolgono la naturale concorrenza con lo schermitore "privato"che studia o lavora o cerca un posto di lavoro e che nessuno compensa. Altri finti militari e poliziotti si rinvengono tra i commissari tecnici, i quali prendono uno stipendio dallo Stato ma non rendono alcun servizio allo Stato, lavorano per un soggetto di natura privatistica (tali sono le federazioni) dal quale percepiscono uno stipendio (superiore a quello del presidente INPS, per il quale tante sono state le polemiche) per non fare il lavoro (pubblico) per il quale sono stati formalmente assunti. Eppure queste persone, secondo la FIS, sarebbero non professionisti. E' ovvio che, viceversa, lo sono perchè gli sport possono essere professionistici o non professionistici, ma una prestazione di lavoro cui è dato come corrispettivo un (lauto nel nostro caso) stipendio è una prestazione professionale.
    Maurizio Fumo

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