mercoledì 5 ottobre 2016

Fioretto e sciabola, talento ed equivoci. Lo strano caso di Arianna Errigo

Arianna ERRIGO
La numero 1 azzurra del fioretto annuncia la scolta della doppia arma, punta a Tokyo 2020 anche nella sciabola. L’ultimo azzardo nella carriera di un talento fin troppo irrequieto.
Arianna Errigo ha annunciato un paio di giorni fa una scelta a suo modo dirompente e, per certi versi, controcorrente: a partire da quest’anno, la numero 1 azzurra (e mondiale) del fioretto si dedicherà anche alla sciabola, arma in cui già negli ultimi anni spesso si allena e che l’ha vista eccellere giusto nell’ultima stagione nei Campionati Italiani Assoluti a Roma, con la vittoria nella prova a squadre in divisa dei Carabinieri insieme a Rossella Gregorio e Livia Stagni. L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, è a dir poco ambizioso: la qualificazione alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020 in entrambe le armi.
Senza entrare nel merito della decisione, e rispettando la regola sovrana secondo cui un atleta conosce sé stesso, la macchina del proprio corpo e, in ultima analisi, i propri limiti meglio di chiunque altro, le perplessità – per non dire le controindicazioni – sono molte e non di poco conto. A partire dalla scelta stessa della doppia arma: in un’epoca in cui la specializzazione nelle singole armi già in atto da decenni ha ormai preso il sopravvento più o meno su tutti gli altri fattori, far rivivere le gesta dei Nadi o dei Mangiarotti rischia di risultare un filo anacronistico.
In secondo luogo la scherma di oggi, tanto per il livello agonistico quanto per un calendario che ormai richiede trasferte a ogni angolo del globo, implica sforzi fisici notevoli, e per prima Arianna Errigo dovrebbe aver memoria recente di una stagione, la penultima a cavallo tra 2015 e 2016, dedicata a smaltire le scorie di una sindrome virale che a un certo punto pareva addirittura averne minato le certezze in chiave olimpica. Un ipotetico calendario completo di fioretto e sciabola vorrebbe dire un totale di 16 gare l’anno per i prossimi quattro, esclusi eventuali Europei e Mondiali: il gioco vale davvero la candela? Da ultimo, affacciarsi alla sciabola a 28 anni con una concorrenza agguerrita, e specializzata, già in ambito azzurro per non parlare delle nazioni oggi dominanti, rischia seriamente di compromettere la gestione di una seconda parte di carriera nel fioretto all’altezza della prima, già di per sé notevole.
La carriera, per l’appunto. Quella di Arianna Errigo, a un’attenta analisi, sembra caratterizzata da un sostanziale filo rosso, di cui questa scelta di affiancare la sciabola al fioretto è soltanto l’ultimo episodio, e in cui l’indubbio talento ha spesso sfidato l’azzardo. La quindicenne al fondo irrequieta che lascia la natia Monza per la Comense Scherma quasi senza rete e diventa in pochi anni l’astro nascente del fioretto azzurro; la campionessa dal fioretto esuberante che per prima pare non soffrire la personalità di Sua Maestà Valentina Vezzali ma a cui per due diversi blackout sfugge in altrettante occasioni (Londra 2012 e Rio 2016) l’oro olimpico individuale; una fra i numeri 1 dal palmarès già oggi tra i più ricchi di sempre (2 titoli mondiali e 1 europeo più 5 Coppe del Mondo, trofeo in cui nella storia solo la Vezzali può vantare più vittorie) che non le ha però mai mandate a dire ai propri (ex) Maestri - da Giovanni Bortolaso che seguì Stefano Cerioni nell’avventura russa dopo Londra 2012 fino a Giulio Tomassini che a suo dire non l’avrebbe seguita con la dovuta attenzione nella preparazione a Rio 2016 – al limite e talvolta oltre il cortocircuito in certe dichiarazioni, e ora i tagli e contro-tagli della sciabola che si affiancano quasi per un capriccio alla punta del fioretto.
Il talento è un dono, e Arianna Errigo ne ha da vendere, così come per certi versi si può dire altrettanto del gestire l’azzardo di una carriera, ma a un certo punto la sintesi appare necessaria perché l’azzardo, troppo solleticato, a lungo andare non arrivi ad oscurare il talento. Talvolta per essere davvero grandi, servirebbe prima dare un’idea definitiva di cosa voler fare, da grandi.
Mattia Boretti



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