Questo è anche un anno particolare, perché come ogni anno olimpico
assieme alle competizioni a cinque cerchi arrivano anche le elezioni per il
rinnovo delle cariche federali. Come penso tanti oramai sapranno, con ogni
probabilità quest'anno non ci sarà alcun bisogno per il presidentissimo Scarso
di avviare una vera campagna elettorale, in quanto mancando un secondo
candidato di fatto la sua ennesima conferma al vertice della Federazione
Italiana è scontata.
Questo da una parte potrebbe anche essere un bene, dando la
possibilità a questo direttivo di proseguire con il lavoro impostato nel
precedente quadriennio, dall'altro però rischiano di cristallizzare le
situazioni attuali, non essendoci quell'impulso al piccolo rinnovamento tipico
di chi comunque ha necessità di offrire sempre qualcosa di diverso ad un
elettorale ingolosito magari dalla novità rappresentata ad un eventuale secondo
candidato.
Tra le cose che rischiamo di vedere ogni anno sempre uguali ci sono
anche le famose "selezioni", ovvero quelle gare che si disputano
prima di quelle importanti e che hanno lo scopo, appunto, di selezionare gli
schermitori lasciandone a casa una bella quota.
Tralasciando le solite, sterili, inutili e spesso anche patetiche
chiacchiere da social network sulla maggiore o minore difficoltà tecnica ad
emergere da queste selezioni in questa o quest'altra specialità, vorrei
soffermarmi sugli aridi numeri delle armi convenzioni. In particolare su quelle
femminili.
A Bolzano il numero delle fiorettiste è stato veramente basso, al via
erano appena 69. Un numero veramente piccolo se paragonato all'enorme numero di
medaglie che questa specialità puntualmente ci porta ad ogni competizione
internazionale. Un caso veramente da studiare, si potrebbe dire ad una
superficiale analisi.
Ma sono veramente così poche? A guardare i numeri della prima prova di
qualificazione, svolta troppo presto a Erba lo scorso ottobre, scopriamo che
alla fine le fiorettiste ad avere preso parte a queste qualificazioni sono
state complessivamente 258. Numero certamente non spaventoso, ma decisamente
più degno del 69 della seconda, e ultima, gara Open.
Ma allora dove finiscono le fiorettiste? Nel buco nero delle
qualificazioni di zona, che creano una strozzatura veramente assurda riducendo
il numero praticamente ad un quarto, lasciando a casa non decine, ma centinaia
di atlete.
Questo perché? per via dei grandi numeri della spada e per via anche
di un modo di gestire l'attività agonistica troppo superficiale. Ogni arma
dovrebbe essere gestita per la sua realtà, e non paragonata alle altre. Questo
anche in una ottica di sviluppo e rinnovamento. Se nel fioretto femminile
vinciamo, a forza di ridurre i numeri ridurremo anche le possibilità che questo
continui in futuro, ma soprattutto ridurremo le capacità economiche delle società
che sempre più si vedranno scappare atlete per mancanza di stimoli agonistici.
Se nella spada la riduzione ad un quarto delle potenziali partecipanti
significa creare una gara da 200 iscritte, nel fioretto applicare lo stesso
criterio si ha una gara dove semplicemente passando il girone si tira l'assalto
che potrebbe direttamente qualificare per gli assoluti, e rendendo quindi più
che fondate le lamentele di chi invece gioca in una specialità dove invece
occorre vincere diversi turni di diretta prima di arrivare a quell'assalto.
Le selezioni così stringenti per le armi convenzionali, lo dicono i
numeri non certo la mia sola opinione, appaiono oramai uno strumento da
utilizzare con maggiore attenzione. Creare una gara da 140 atlete do penso che
renda la gestione dell'evento così clamorosamente difficoltosa, ma si aprirebbe
ad un numero doppio di atlete la possibilità di giocarsi la successiva gara,
allungando così il brodo della stagione agonistica che per troppe atlete rimane
decisamente ristretto, specie per quelle che non sono così brave da
riuscire a rientrare spesso nel novero
delle qualificate.
Con questo mio commento ho voluto parlare solo di una specialità,
semplicemente perché è stata la cosa più clamorosa che si è vista all'ultimo
Open, ma certamente la stessa problematica è tranquillamente estendibile a
tutte le altre specialità convenzionali.
Paolo CUCCU




